Arrival

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Gli extraterrestri e l’accettazione di sé:
da fantascienza a fantacoscienza

La dottoressa Louise Banks, esperta linguista, è contattata dal colonnello Weber quando in differenti luoghi del mondo atterrano quelle che sembrano a tutti gli effetti astronavi aliene. Gli alieni comunicano, ma nessuno capisce il loro linguaggio. Louise, insieme al fisico Ian Donnelly, dovrebbe studiarli (molto velocemente, in realtà) e capire da dove vengano e soprattutto cosa vogliano dai terrestri. I tempi sono ristretti in quanto altri paesi, come la Russia e la Cina, sembrano avere tutte le intenzioni di attaccare gli invasori. Per Louise avvicinare gli ettapodi e comprendere la loro lingua e le loro ragioni significherà ricevere un dono e dare un nuovo significato alla propria esistenza.

Si dice fantascienza e si pensa subito ad astronavi, effetti speciali, raggi laser, camminate nello spazio, universi paralleli, mutanti, androidi e quant’altro. Ogni tanto, però, la fantascienza è anche un buon veicolo per guardarci dentro e scoprire qualcosa che l’evidenza quotidiana non aiuta a chiarire. È accaduto con “Solaris” di Tarkovskij, con “Interstellar” di Nolan, con “Contact” di Zemeckis e, adesso, accade con “Arrival” di Denis Villeneuve. Fermi restando alcuni punti fissi del genere, l’attenzione maggiore è dedicata all’interiorizzazione dei personaggi, alla scoperta delle loro potenzialità e a una semplice conclusione: ben vengano gli extraterrestri se questo vuol dire scoperta di un linguaggio sconosciuto, contatto con una specie evoluta ma, soprattutto, presa di coscienza e accettazione di sé con tutte le responsabilità che questo comporta. Villeneuve, che ha esordito con il durissimo e straordinario “La donna che canta” per dedicarsi poi al thriller (“Prisoners”) e al poliziesco politico (“Sicario”), dimostra di poter agevolmente cambiare pelle e di sapersi adattare a generi diversi. A modo suo, però. “Arrival”, per chi si aspetta una fantascienza rutilante e spaziale, sarà una delusione. E può anche darsi che non abbia un grande successo a causa del ritmo lento, di un’apparente ripetitività e della mancanza di colpi di scena. Ma per chi sa leggere tra le righe, è un film originale che sicuramente raggiunge lo scopo che si era prefisso: non stupire, soltanto far riflettere.

L’abilità maggiore di Villeneuve consiste nel togliere significato alla dimensione temporale creando anomalie che trasformano un apparente flashback nel suo contrario, un flash forward. Nel momento in cui si percepisce questo, “Arrival” assume un significato diverso dall’apparenza e diventa una ricerca sull’uomo, sui suoi limiti, sulle sue potenzialità e sulla capacità di saper guardare oltre il proprio singolo orizzonte. Louise Banks diventa così una sorta di pioniera dell’autocoscienza che, opportunamente guidata, la conduce a scelte difficili per se stessa ma fondamentali per il genere umano. Quanto agli extraterrestri, una volta preso atto dei loro intenti pacifici si può decidere liberamente se associarli al Klaatu di “Ultimatum alla Terra” o agli amichevoli visitatori di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Certo è che quelle astronavi nere e oblunghe si situano a mezza strada tra il monolito di “2001: Odissea nello spazio” e l’immagine di un seme gigante che, arrivato a un passo da terra, resta sospeso senza alcun contatto. Questo, evidentemente, dà l’idea di una fertile collaborazione ancora di là da venire. Il nocciolo del film, naturalmente, non sta negli eventuali rimandi ma nel personaggio di Louise che, a quanto sembra, ha avuto una figlia e l’ha persa per malattia da non molto tempo. In realtà le cose non stanno esattamente così e in esse è racchiuso il senso ultimo del film, che non riguarda più gli extraterrestri, le astronavi, le grandi potenze e la pace dell’universo, ma i tormenti di un’anima, i dilemmi di una coscienza, la necessità di conoscere se stessi per poter portare un messaggio nuovo agli altri. In questo senso “Arrival” coglie nel segno, riuscendo a costruire un puzzle nel quale memoria, amore, altruismo e responsabilità si incrociano e si fondono per arrivare (“Arrival”, appunto) al centro dell’universo e trovarci l’uomo.

di Francesco Mininni

ARRIVAL (Id.) di Denis Villeneuve. Con Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Tzi Ma. USA 2016; Fantascienza; Colore