Il figlio dell’altra – recensione

Il figlio dell’altra – recensione

IL FIGLIO DELL’ALTRA Regia di Lorraine Levy

                E’ la storia di due ragazzi e delle loro due famiglie; Joseph è un ragazzo israeliano  di circa diciotto anni che si presenta alla visita di leva obbligatoria per entrare nell’esercito israe­liano. Ma dall’analisi del sangue risulta che è impossibile ch’egli sia figlio dei suoi genitori (Orith e Alon, un ufficiale e una dottoressa che lo amano incondizionatamente). Dopo accurate indagini viene a galla la verità: il giorno della sua nascita, all’ospedale di Haifa ci fu un’evacuazione per motivi di sicurezza che provocò uno scambio di bambini. Joseph in realtà è figlio di una coppia di palestinesi (Leïla e Saïd) che vivono in Cisgiordania, mentre il figlio di questi, Yacine, è il vero figlio della coppia ebraica.  La verità sconvolge non solo i geni­tori ma anche gli stessi Joseph e Yacine, che vivono sulla propria pelle la lacerante perdita della propria identità. Le reazioni sono diverse e contrastanti, visto che non si tratta soltanto di scoprirsi diversi, ma di avere                                     Il figlio dell'altra               

 la consapevolezza di appartenere ad un altro popolo; un popolo che fino a quel mo­mento era stato considerato con diffidenza o addirittura con odio.

Mentre le famiglie sono nella completa paranoia, i due giovani provano ad interrogarsi, a parlarsi, i loro incontri si fanno sempre più frequenti, fino a quando prendono una decisione “storica”: decidono di entrare uino nella famiglia dell’altro, frequentando la vita che avrebbero dovuto vivere senza lo scambio in ospedale e rientrando anche in quella che gli è capitato di vivere.

Di fronte all’emergere di una verità scon­volgente i vari membri delle due famiglie protagoniste reagiscono in vari modi. Le bambine frater­nizzano subito con la massima facilità; i padri manifestano chiu­sura e intransigenza; le madri sono invece aperte al dialogo e alla comprensione. I due ragazzi problematizzano (soprattutto Joseph), ma sono capaci di far amicizia e di collaborare.Yacine è il piú ostile ed arrabbiato e non vuole sentire ragione.

Ma poi, attraverso gli incon­tri e la conoscenza reciproca, ma soprattutto grazie all’amore materno che non conosce con­fini e che riesce a mediare, a moderare, a rassicurare, poco alla volta le posizioni piú intran­sigenti si ammorbidiscono fino a creare le condizioni per una vita, certamente difficile e pro­blematica, ma aperta al dialogo, alla comprensione, all’amore. Particolarmente importanti sono le parole di Leïla che invita Yacine ad aprire il suo cuore.

Non si può affermare che la regista intenda fornire delle soluzioni politiche al problema del rapporto tra ebrei e palestinesi. Ma fa capi­re che quando si parla di rapporti personali o addirittura familiari, esiste la pos­sibilità di una convivenza e di un superamento dell’odio.

Quasi a dire: anche di fronte alle situazio­ni più complesse e sconvolgenti c’è la possibilità di aprire il proprio cuore e di superare ogni forma di chiusura o di contrapposizione. E di vivere dei rapporti – pur problematici – all’insegna della comprensione, della fraternità e dell’amore.

Il film è ben realizzato ed ha un plot narrativo di un particolare interesse perché riguarda una situazione che “potrebbe verificarsi” dato che si riferisce ad una situazione che è presente in una bella fetta del medioriente; ma anche perché – nonostante le sbandierate “questioni politiche”  che i genitori mettono sempre davanti ad ogni iniziativa “normale”, si avverte come un desiderio di questi due “popoli” di conoscersi almeno a livello umano; poi si vedrà.

 

Franco Sestini

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