L’AMORE CHE RESTA

L’AMORE CHE RESTA

di Gus Van Sant
 
(Restless) REGIA: Gus Van Sant. SCENEGGIATURA: Jason Lew dalla propria omonima piece teatrale. INTERPRETI: Henry Hopper, Mia Wasikowska, Ryo Kase, Schuyler Fisk. FOTOGRAFIA: Harris Savides (Formato: Panoramico/Colore). MUSICA: Danny Elfman. PRODUZIONE: Brian Grazer, Bryce Dallas Howard, Ron Howard, Brett Cranford. DISTRIBUZIONE: Warner Bros. GENERE: Drammatico. ORIGINE: USA. ANNO: 2011. DURATA: 95’. – (Junior Cinema: Young)
 
Due ragazzi si incontrano, per caso, a una funzione funebre. Due esseri sperduti e fragili, con un dolore comune. Enoch ha perso i genitori in un incidente d’auto, si è risvegliato da un coma lungo tre mesi e sopravvive, frequentando cerimonie funebri in un percorso espiatorio, accompagnato da un amico immaginario, un fantasma, quello di Hiroshi, un pilota kamikaze giapponese in volo nei cieli della Seconda Guerra Mondiale. Annabel è malata gravemente e lo sa: un tumore cerebrale le conta i giorni di vita. L’incontro è tra due giovinezze sbocciate e interrotte, tra due fragilità timide, fatte di sorrisi a occhi bassi, di timore e tremore, di connivenza quotidiana con la morte. L’amicizia e l’amore potranno riscattare quella manciata di giorni che restano a lei, darvi un senso eterno, cristallizzato nel ricordo di lui….

Gus Van Sant non finisce di sorprendere. Il regista di adolescenti malati in una società malata, di inquadrature ampie e tese a cogliere i dettagli che circondano mondi senza senso, dopo “Milk”, ritorna a due giovanissimi ma “restringe” il suo obiettivo, lo focalizza su di loro, crea un universo privato e intimo in cui i due straordinari attori rappresentano il loro incontrarsi. Sono davvero eccezionali gli interpreti, Mia Wasikowska, Alice per Tim Burton, con i capelli cortissimi che ricordano, anche negli sguardi, la fragilità apparente di una giovane Mia Farrow e Henry Hopper, figlio di Dennis, che ne rammenta le occhiate sensibili, il celarsi dietro palpebre abbassate. Van Sant porta sullo schermo una vicenda romantica, evitandone le trappole, con una delicatezza e un pudore che commuovono, senza ricercare lacrime facili ma volando leggero e profondo alla ricerca del significato del vivere, sempre così intrecciato alla sua fine. Van Sant ci parla di morte in ogni attimo del film ma la supera, la depauperizza attraverso un evento – l’innamoramento – che non può essere che slancio vitale.

*Quello di Gus Van Sant è uno dei film più «religiosi» (le virgolette sono importantissime) visti negli ultimi anni, una pellicola virilmente cristiana per il piglio con cui dà stoffa alla polpa e all’anima delle cose, soprattutto a quelle ultime. Senza trucco e senza inganno, senza sconti ma con sobria e antica ‘pietas’, mostra come s’impara a convivere con la morte, la nostra e quella delle persone che amiamo. Se è vero che il dolore è solitudine e chiede condivisione e rispetto, ci vuole coraggio a trasformarlo in un inno alla gioia (di vivere). Sbriciolando le emozioni dentro la pellicola con una leggerezza che per altri registi è puro miraggio, Gus Van Sant ci è riuscito in maniera magistrale. Un’opera bella, onesta e nobile.

CLASSIFICAZIONE FILM: Young
Tipologia Utilizzo: MIRATO

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