Las acacias

Las acacias

 

Las AcaciasLAS ACACIAS

GENERE: Drammatico REGIA: Pablo Giorgelli SCENEGGIATURA: Pablo Giorgelli, Salvador Roselli ATTORI: German De Silva, Hebe Duarte, Nayra Calle Mamani FOTOGRAFIA: Diego Poleri MONTAGGIO: María Astrauskas PRODUZIONE: AireCine, Utópica Cine, Proyecto Experience DISTRIBUZIONE: Cineclub Internazionale Distribuzione PAESE: Spagna, Argentina 2011 DURATA: 82 Min USCITA CINEMA: 

 

Opera prima del regista argentino Pabro Giorgelli, questo film viene da Cannes dove nel 2011 ha vinto la ‘camera d’or’.                Distribuito in Italia da Cineclub Internazionale Distribuzione è riuscito ad uscire in pochissime sale grazie solo all’attenzione di un manager intelligente ed accorto quale Paolo Minuto responsabile della società di distribuzione.

E’ la storia di Ruben,rude trasportatore di legname dal Paraguay all’Argentina che, un giorno deve portare con sé una madre , Jacinta, con la sua bimba di pochi mesi , Anahi. Due personaggi molto chiusi in sé stessi che lentamente entrano in un rapporto fatto di segni, di simboli, di attenzioni. Il film inizia con una scena di taglio di una foresta di acacie,alberi dal legno duro e simbolo di quel protagonista che per avverse situazioni(aveva avuto un bambino di 8 anni il cui ricordo è ormai svanito da tempo) si è chiuso in sé stesso.

Il dialogo nel film è ridotto all’essenziale rendendolo più eloquente di tante parole, daltronde le immagini riescono a raccontare efficientemente l’inizio di un sentimento che alla fine del viaggio si concretizza in una proposta di approfondimento.

Il film, come detto, è fatto di lunghi silenzi, di sguardi eloquenti che descrivono efficacemente come sotto la dura scorza dell’autista esista un uomo , un padre mancato che a contatto con la meravigliosa Anahi si riscopre , si rivela ed il regista lo segue dalla prima indifferenza,quasi astio,alla gentilezza di smettere di fumare nella cabina del camion, alle occhiate di gelosia , al gesto assolutamente simbolico di donare al momento dell’addio, del coperchio del thermos a cui la piccola si era affezionata.

In sostanza un film assolutamente semplice, una vera comunicazione per immagini, una descrizione della nascita di un sentimento, dello sciogliersi di un duro camionista.

Se qualcuno ricorda “la strada” di Fellini, rivede in questo film alcuni simili elementi: due persone di carattere opposto entrano in contatto per fare un’esperienza in comune uscendone trasformati.

Singolare il fatto che in un momento cinematografico con opere su tematiche gay escono due film “la prima neve” e questo che pongono l’attenzione sulla figura del ‘padre’.

Il film, come tutti quelli “culturali”, non si presta a grandi incassi,ma è assolutamente consigliabile a quanti vogliono aprire un dibattito su tematiche quali l’analisi e la mutazione dei sentimenti umani soprattutto quando sono a contatto con dei bambini.

Vito Rosso


Ruben, camionista solitario, deve trasportare un carico di legname (legno di acacia, naturalmente) dal Paraguay a Buenos Aires. Il suo datore di lavoro, Fernando, gli assegna un compito supplementare: dare un passaggio a Jacinta che, con la figlia di cinque mesi Anahi, deve raggiungere l’Argentina dove la sorella le troverà un lavoro. Il viaggio, inizialmente silenzioso e con Ruben visibilmente contrariato dall’imprevista compagnia, si trasforma pian piano in un percorso di solidarietà e confidenza che porterà l’uomo ad aprirsi (dopo chissà quanto tempo di solitudine) e a prendere atto dell’esistenza di un prossimo con il quale relazionarsi e interagire. Alla fine la proposta di un nuovo incontro per andare in una località “dai bei paesaggi”.

Davanti a “Las acacias” dell’argentino Pablo Giorgelli potremmo anche stupirci. Di solito i percorsi esistenziali prevedono vertiginose arrampicate cerebrali, accumulo di simbolismi, presentazione di tristezze di vario genere per arrivare a conclusioni immancabilmente pessimiste: chi sta male continua a star male, chi è solo non trova compagnia, chi non ha più sogni deve adattarsi alla grigia realtà. Giorgelli, evidentemente, non la pensa così. Il suo film, distribuito due anni dopo la realizzazione in versione originale con sottotitoli e in circuiti di nicchia, è una finestra aperta sulla speranza. Ma non basta: per raccontare la sua storia, che in fin dei conti storia non è, l’autore ha scelto una delle armi più devastanti a disposizione dei narratori, la semplicità. E così facendo ha ottenuto un film semplicemente bello. Premiato a Cannes nel 2011 con la Camera d’Or, ovverosia il premio alla migliore opera prima, “Las acacias” racconta con sensibilità, acume e assoluta naturalezza la storia di due solitudini che, a dispetto delle tristezze del mondo, finiscono per convergere lasciando spazio a un domani comune che potrebbe alleviare tanti problemi.

Considerando che “Las acacias” è ambientato prevalentemente all’interno della cabina di guida del camion, è evidente che Giorgelli ha scommesso tutto sui volti dei suoi personaggi, sul sapientissimo gioco di campi e controcampi, su una macchina da presa che aveva il compito principale di penetrare la corazza di Ruben e Jacinta per rendere credibile un cambiamento che diversamente sarebbe stato un semplice espediente da melodramma. Nel film, invece, non c’è proprio niente di forzato, artefatto o manierato. C’è (cosa tutt’altro che semplice da realizzare) una verità che a dirla potrebbe sembrare scontata: anche gli ultimi, quelli che subiscono più di altri le intemperie della vita, hanno la possibilità di rialzare la testa e, senza proclami né violenze né violini, ritagliarsi un proprio spazio nel quale vivere. Da questo ragionamento si potrebbe dedurre che la partita si giochi tra Ruben e Jacinta con l’esclusione del resto del mondo. Ma non è così. L’elemento fondamentale in “Las acacias” è la presenza silenziosa e gigantesca di Anahi, una piccola di cinque mesi che con i suoi sguardi e i suoi sorrisi fa breccia nel cuore di Ruben e lo porta a ricollegarsi con un’esistenza più umana e condivisa. L’attrice (se così possiamo chiamarla) si chiama Nayra Calle Mamani e va ben oltre lo Stajola di “Ladri di biciclette” o Aida Mohammadkhani de “Il palloncino bianco”. Avendo cinque mesi, è altamente improbabile che sia stata diretta. Quindi ha un talento naturale che la porta a sorridere, a imbronciare e (soprattutto) a sbadigliare nei momenti giusti, che Giorgelli ha avuto l’accortezza di saper riprendere. Tra Ruben e Jacinta nasce qualcosa che è lasciato alla nostra sensibilità e (in parte) immaginazione. Ma senza Anahi pensiamo proprio che fine del film, fine del viaggio e fine della conoscenza sarebbero state una certezza. Anahi è il modo scelto da Pablo Giorgelli per dire al mondo che muore troppo presto chi sceglie di vivere per se stesso senza l’orizzonte dell’altro.

Francesco Mininni