QUARTET

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di Dustin Hoffman

 (Quartet) REGIA: Dustin Hoffman. SCENEGGIATURA: Ronald Harwood, tratta dall’omonima opera teatrale. INTERPRETI: Maggie Smith, Tom Courtenay, Billy Connolly, Pauline Collins, Michael Gambon. FOTOGRAFIA: John de Borman (Formato: Cinemascope/Colore). MUSICA: Dario Marianelli. PRODUZIONE: Headline Pictures, Bbc Films, Finola Dwyer Productions, in coproduzione con Dcm Productions. DISTRIBUZIONE: BIM. GENERE: Commedia. ORIGINE: Gran Bretagna. ANNO: 2012. DURATA: 98’. –

 A Beecham House, residenza per musicisti e cantanti lirici in pensione, ferve l’eccitazione per l’arrivo di una nuova ospite: la celebre Jean Horton. Tra gli ospiti, però, c’è anche chi non è contento di questo arrivo. Un tempo, infatti, Reginald Paget, Wilfred Bond e Cecily Robson facevano parte di un quartetto di canto che, dopo l’abbandono della stessa Jean per una carriera da solista, si è sciolto. Oltretutto, il successo di Jean ha provocato anche il suo divorzio da Reginald. La forzata convivenza riuscirà a risanare i rapporti tra loro, anche in vista del concerto di gala che si terrà a breve a Beecham House?… Opera prima di un grande attore, Dustin Hoffman, che a 75 anni ha sentito il bisogno di passare dietro la macchina da presa e debuttare nella regia, il film appare come un omaggio a Verdi e al suo genio musicale, ma in realtà è un piacevole e garbato racconto che sembra una tessitura mozartiana di amori, amoretti, ripicche, rimpianti, tradimenti canori, nostalgie di riflettori e bacchette, quando vita e carriera si mescolano senza distinzioni. Ispirato dalla milanese Casa Verdi, lo sceneggiatore Oscar del ‘Pianista’, il drammaturgo di ‘Servo di scena’, Ronald Harwood tesse un omaggio alla terza età e Hoffman, senza voler apparire troppo, segue con discrezione le schermaglie dei protagonisti. Vivacissimo nei contrappunti dialogici e ovviamente con eterne armonie musicali, il film è una meraviglia di interpretazioni. Prima, Maggie Smith: il piacere di vederla e ascoltarla è grande, inserita in un concerto di gentili voci, mimiche, sguardi e retrosguardi (Tom Courtenay, Billy Connolly, Pauline Collins e gli altri) in clima british di distinta, selezionata gente che va e che viene, tipo ‘Downtown Abbey’. Titoli di coda da non perdere: non sono i soliti ciak scartati ma una proustiana contrapposizione di foto di personaggi veri e presunti, di ieri e di oggi, in scena e fuori, compreso un ‘Servitore di due padroni’. Una summa di grandi e piccoli rimpianti degli artisti che magari vivono proprio sul ricordo di una foto. Hoffman tesse non solo l’elogio della musica di Verdi e della musica in genere, ma anche del cinema inglese (sorprendente in un attore tipicamente americano) che sembra aver assimilato con grande precisione e dedizione. Infatti, sono incantevoli gli interni dell’inesistente Beecham House, un trionfo di carte da parati, mobili di gusto e pavimenti lucenti. È splendido il parco che circonda la tenuta, dove i vitalissimi ospiti vivono un declino ancora fitto di ripicche, desideri, velleità, come da ragazzi. Sono bellissimi, infine, i personaggi, gli abiti, le chiome curate, le espressioni ben disegnate degli attori di razza al posto di quelle stinte o esagerate della gente comune.

* Molti i temi che il film, nella sua apparente leggerezza mette in evidenza: la terza età, come luogo di rimpianti e di ricordi, ma ancora viva e ricca di stimoli per la vita, la musica, l’amicizia, i rapporti interpersonali, in un amalgama che, grazie alla bravura degli interpreti e al mestiere di chi li dirige, appare poetico e raccontato con uno sguardo di profonda umanità.