In ACECToscana

Andrea Pastor
Filmcritica 1989 XL n. 395 pag. 323  – 326

Francesco, non per caso

« Affrontare Vestatico nelle sue punte supreme, o baratri: è giusto, è necessario. Ma anche là dove non lo si aspetta, in momenti imprevisti girato l’an­golo: in zone insospettate. Stupefacente convergenza di strade anche opposte ».
(E. Facchinelli in La mente estatica, Adelphi, 1989)

Là dove non lo si aspetta, in momenti imprevisti.
In due ore e quaranta circa di una proiezione inattuale, non inutile. Così come inattuale poteva essere definito, al momento della sua uscita Europa *51 o ancora Stromboli, film ai quali è pos­sibile pensare vedendo Francesco di Liliana Cavani (ben più che al giullare di Dio). Film sull’uscita di e da sé, nei quali l’evento è dato da un corpo attore personaggio che si affanna per riuscire a consistere, a darsi un peso, una concreta e fulgida materialità. Mickey Rourke quasi come Ingrid Bergman: due attori, due stelle hollywoodiane chiamate in Europa, in Italia, per documentare e incarnare un’ascesa, un movimento: il farsi Sublime del realismo. Che cosa impedisce a molti di sentire (più che capire) Francesco, questa lenta e travagliata (e forse impervia) passione laica verso il trascendente? Quale forza ha spinto molti, troppi, spettatori e critici a prendere una posizione così netta e violentemente inquisi­toria nei confronti di uno sguardo così singolare e anomalo? Forse, ce lo auguriamo, il pregiudizio. Per un occhio fino ad ora troppo compiaciuto della propria morbosa ed estetizzante adesione ad un reale e ad una Storia trasfigurati in quanto tali e troppo marcatamente connotati, ai limiti del grottesco, dall’ideologia, marxiana e cristiana, e da un segno espressionista inverosimile filmicamente e spesso gratuito o ridondante. Occorre però accettare le svolte: dai soffocanti e claustrofobici interni ed esterni berlinesi e napoletani si può uscire, magari ritornando alle proprie origini, ai propri esor­di, per riscriverli, rivificarli, riformularli 20 anni dopo. Rischiando con le proprie ossessioni. Dal piccolo telefilm a basso costo alla co- produzione kolossal e miliardaria. I! soggetto è lo stesso ma, non per caso, del precedente titolo — San Francesco dAssisi — è ri­masto soltanto il nome proprio del santo. Non rifacimento, non remake di un film manifesto per il dissenso cattolico, bensì rein­venzione di forme note da forgiare e da scolpire lavorando sui significanti, sulle materie prime del discorso. Amoroso, s’intende. Ma non solo, 20 anni dopo Francesco può avere un senso solo se lo si coglie come nome: come archetipo di un’esperienza

« … eppure, nello stesso tempo: l’assenza di Dio sollecita l’esperien­za del divino ».

(ancora da Facchinelli e dalla sua mente estatica)

un’esperienza nella quale si può amare a tal punto da rendersi si­mile all’oggetto amato. È quello che vede e racconta Chiara: la sua memoria, il suo punto di vista incorniciano l’intera diegesi del film, orchestrata da più io narranti — tanti quanti sono i giullari di Francesco — che rievocano, come trasognati, su un’altura, le fasi salienti dell’esistenza di un uomo, di un mutante, di un corpo ec­cessivamente muscoloso, quasi marmoreo, che lotta disperatamente per trascendersi, superarsi, eccedersi. Di un fisico che si vuole me­tafisico, di una forma che si vuole annullare nell’informe: il film stesso, come Rourke, è in perenne, debordante movimento. Così come Rourke, Francesco non cessa di svelarsi e occultare il proprio  essere in sé che va verso l’altro-da-sé: film in costume, storico, che tende all’astrazione, alla rarefazione stilistica e del senso; film pro­dotto con un ingente capitale che in non poche sequenze sembra girato in economia; film sul Pascesi e sulla purificazione composto e rigenerato da materiali organici (fango, merda, sangue…); film apparentemente realistico che si rivela, lentamente, onirico e men­tale (è mai esistito veramente Francesco o è il sogno collettivo di Chiara, Leone e degli altri fratelli?); (il farsi del film è inoltre, non dimentichiamolo, il farsi di un libro collettivo, di una scrittura che per compiersi necessita di creatività e di immaginazione: quanto c’è di reale nei fatti raccontati e fatti vedere e quanto è mostrato solo per riempire di parole la pagina bianca e di immagini lo schermo?).

La sequenza dell’amplesso con la neve è a questo riguardo esem­plare: Liliana Cavani contempla, servendosi della nudità integrale di Rourke, tutto il suo cinema che per brevi minuti si libera dalle incrostazioni che l’opprimevano per abbandonarsi al più completo e totale piacere: la tensione all’hard, mai pienamente risolta nelle pelli, oltre la porta e al di là del bene e del male, si concretizza in un orgasmo nel quale hanno libero sfogo e possibilità di fondersi il biancore schermico e il corpo dell’attore, superficie immateriale che vive dell’illusione di acquistare consistenza e volume nell’imma­ginario collettivo. È un corpo glorioso quello di Rourke, un corpo capace di generare dal nulla delle forme familiari che si sciolgono, non a vista, alla fine della sequenza, metafore dense della creazione artistica che è sempre, anche, procreazione. La passione e la fede di Francesco nascono dalla contemplazione di un’icona, la stessa che all’inizio guarda il suo cadavere posato accanto a Chiara, trepida e impaurita. L’icona, l’immagine del cristo crocifisso è il dispositivo che mette in moto Rourke, che lo spinge a vedere ciò che prima non poteva vedere, che lo stimola a uscire fuori dal suo limitato campo di osservazione per raggiungere territori finora inesplorati, a lui molto prossimi e lontani allo stesso tempo (estremamente ric­ca di senso la contiguità spaziale dei vari set nella prima parte, al momento della presa di coscienza: la casa del padre, la bottega, la cappella e la baraccopoli sembrano luoghi vicinissimi, sembrano qua­si compenetrarsi l’uno nell’altro; décor naturali che grazie all’illu­minazione e al taglio dell’inquadratura acquistano un’aura di sacrale teatralità filmica, toponomastica geografica e mentale di un. percor­so estatico che si sta sviluppando setto i nostri occhi ed il cui ca­rattere funzionale è accentuato a dismisura e dilatato dai fortissimi contrasti di luce e di colore che fendono le immagini). L’icona, la pala, è ancora il motore della affibulazione a più voci. Francesco, suggestionato da un’immagine mitica, aspira a divenire egli stesso immagine in movimento per i suoi discepoli spettatori. Ed è una scrittura differente, un vangelo tradotto, un libretto trovato accan­to al cadavere di un eretico a suscitargli il desiderio di trasfigura­zione, a farlo entrare in uno stato di transfert con la figura divina, assunta come significante originario, fonte del discorso (la preghie­ra) e del silenzio. Il silenzio e la solitudine che lo accompagnano nella straordinaria e commossa ascesa finale: quando tutte le parole sono state pronunciate, quando il testo (la Regola) è già stato con­sumato dalle fiamme, azzerato o consegnato nuovamente alla morte (alle spoglie di Hans Zischler, nuovamente logorato dallo scorrere del tempo) dalla quale era sorto. Allontanatosi dalla Storia Rourke, nell’ultimo flash-back, crea all’interno della visione un corto circui­to, un vuoto sospeso dove il tempo lo spazio e il senso sembrano naufragare nello sguardo di Francesco e in quello della mdp. Ancora hard: flagranza del corpo teso e spasmodico dell’Attore che cele­bra, col pianto e col sangue, il suo bisogno di assoluto e di trascen­dente, il suo bisogno di un Cinema che lo ami. Fino a farsi male. E il mito continua.

«Se il mio occhio è aperto, è un occhio; se è chiuso, è lo stesso occhio. Reciprocamente niente si aggiunge o si toglie al legno nell’essere visto. Ma ora comprendetemi bene! Se accade che il mio occhio, uno e semplice in se stesso, sia aperto e rivolto con lo sguardo al legno, ciascuna delle due cose rimane quella che è, tuttavia, nel compimento della visione, divengono a tal punto una sola cosa, che si può dire con verità occhio-legno, e il legno è il mio occhio ».

(Eckart, ancora da La mente estatica)

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