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UNA RIFLESSIONE SUL FILM, QUINDICI ANNI DOPO di Liliana Cavani

E’ difficile parlare di un lavoro fatto nel ’65. I dischi che ascoltavo allori degli schratch tremendi e forse la mia pellicola fa altrettanto. Feci quel film d’impeto e soltanto dopo potei teorizzare il « metodo ». Volli fare della cronaca di essere un reporter contemporaneo a Francesco, che registrava i fatti mentre acca sotto i miei occhi poiché volevo che avessero la purezza scandalistica che ebbero nel Duecento. Gli episodi della vita di Francesco non li « realizzai » come si dice ma piuttosto li provocai, provocando attori comparse e troupe. Non c’era stata ancora la contestazione e così non disponevo di un linguaggio di parole per raccontare l’esperienza  di quel giovane umbro; avevo soltanto una cinepresa 16 mm. per filmare i fatti che cercavo di ottenere puntando su quel che dell’esperienza di Francesco è sempre attuale. Non c’era stata la contestazione ma forse tanti temi erano già nell’aria: primo, la scelta della vita individuale e non ideologica per fare la rivoluzione; secondo, dare alla rivoluzione un contenuto antropologico prima che economico; terzo, contestare la « ragione laddove non giunge a spiegare l’infelicità oppure la spiega in termini grezzamente storici.

Tutti i gesti di Francesco nascono dal bisogno della libertà della fantasia per vivere: il suo tipo di fede ha bisogno appunto dei gesti inventivi della fantasia.

Effettivamente quando i seguaci gli chiesero la Regola egli si trovò in grave imbarazzo. D’altra parte se vuoi ad esempio avvicinare un uccellino vivo non puoi servirti di un macchinario ma puoi farlo soltanto se riesci a percorrere le strade dell’uccellino: il programma di Francesco non era meno delicato e difficile di un’impresa del genere.

Si dice che la fede sia un dono, ma certamente per riceverlo occorre essere disponibili a rivoltare sè stessi completamente.

Mi stimolò molto la figura di quel ragazzo del Duecento, lo sentii come un contemporaneo e cercai        ciò che aveva in comune con me e con la mia generazione.

Mi colpì la sua libertà e volli girare il film con molta libertà. Non portavo mai con me la sceneggiatura; gli attori veri o quelli presi dalla vita, i luoghi, l’entusiasmo mi servivano  di più. E poi per fortuna non volevo dare un messaggio. Proprio Francesco mi insegnava

a non fidarmi della retorica. Mi ricordo che non volevo illustrare la « storia » di San Francesco ma filmare la sua esperienza, una condizione d’esistenza che si trasforma in un’altra. Era il mio primo film e la semiologia per me era importante: privilegiai il rapporto tra segno (immagine) e significato rispetto al rapporto tra sceneggiatura e film. Pensavo e tutt’ora penso che fare un film non vuol dire illustrare una sceneggiatura. Il metodo che seguii istintivamente si rilevava a mio parere molto utile volendo poi liberare San Francesco da una leggenda che aveva cristallizzato la sua esperienza in una serie di immagini stereotipe.

Se facessi oggi un film su San Francesco chissà come lo farei. Dopo tutte le parole della contestazione avrei paura di ripetere il risaputo. Affronterei però certi aspetti che con un solo film non potevo approfondire o che non avrei saputo abbastanza approfon­dire. Oggi che ho maggiore esperienza potrei parlare un po’ di più dell’amore di Francesco per le creature e per la vita perché ho imparato ad amare di più.

I film che feci dopo erano differenti perché mi piace fare esperienze diverse tuttavia un segno — credo — rimase costante e che derivò dallo sforzo di capire la rivoluzione di Francesco attraverso la sua esperienza fisica, corporale, perché il primo spazio della rivoluzione è sempre il proprio corpo. Ho sempre cercato cioè di capire in seguito la Storia attraverso l’esperienza di individui singoli. Ho capito per esempio che un uomo non è singolare solo quando ha delle manìe ma semplicemente quando non ha idee conformistiche o si sforza di liberarsene. Attraverso la cornice della Storia Francesco o San Francesco è diventato venerabile, ma ai tempi suoi era un uomo di scandalo e fu in parte incompreso dai suoi stessi seguaci. Spogliato della vernice della Storia, in parte sarebbe incompreso ancora oggi. Fu proprio quando feci diverse letture sulla vicenda di Francesco che mi resi conto che la Storia è un apparato nozionistico in prevalenza e che costituisce una specie di tenda scura che non lascia trapelare la vita.

Il cinema ha bisogno di vita per esistere; sa registrare immagini ed emozioni ed ha bisogno perciò di guardare oltre quella tenda. Non esistono film « storici » nel senso di film che registrano la Storia; sarebbero soltanto Storia illustrata. Un film deve ritrovare la vita, la deve reinventare. Non ha. bisogno di essere obiettivo con la Storia ma con sé stesso, cioè con la vita che riproduce davanti all’obiettivo della cinepresa.

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