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Alla grazia dell’uomo

Gli undici Fioretti di François d’Assise (Francesco, giullare di dio) sono un momento di grazia. La foia di san Francesco e dei suoi compagni, detta da Roberto Rossellini al momento del ritorno da Roma dei francescani, di cui il papa visse per autorizzare il fervore, è l’esplicazione di un principio di messa in scena all’opera dai primi film d’avanti -guerra. Meglio della rottura presumibilmente segnata dal periodo neorealista del dopoguerra, la compassione dei monaci che si divertono nella natura segna la continuità sotterranea che si estende dalle prime opere con animali (Il tacchino prepotente, 1939) e dai film di guerra come La nave bianca (1942) a Paisà (1946) e Stromboli (1950). Questa distanza perfetta, che permette a Rossellini di filmare il movimento di gruppi umani – gruppi di piccoli contadini requisiti per manovrare una nave da guerra fatta di materiali più solidi della loro stessa carne (La nave bianca), partigiani in fuga sulla Pianura Padana sotto il fuoco delle mitragliatrici tedesche (Paisà) – con una delicata sensibilità alla fragilità della loro esistenza, una fragilità ulteriormente alimentata dalla serena consapevolezza che tutte queste creature sono destinate a morire, trova la sua espressione più semplice nella fiducia con cui i compagni di San Francesco si abbandonano a ogni cosa. La grazia che emerge solo al termine della spedizione sullo Stromboli, quando la montagna piega una volontà fin troppo umana, permea ogni scena del film, tratta dalla vita di San Francesco d’Assisi.

Trascinata dall’entusiasmo sconfinato dei fratelli, la cinepresa segue con gioia il loro esempio, abbandonandosi al sole e alla notte, al vento e alla pioggia, ai fiori e alle stelle, così come a tutto ciò che si presenta: lebbrosi, campane, asini, tiranni, barili, galline e trombe. Organizzando la loro vita e la loro predicazione in una capanna improvvisata in mezzo ai campi, i fratelli imparano l’umiltà di sentire la mancanza della zuppa (un’ottima interpretazione di Fratel Ginepro), di vincere la forza degli uomini armati con quella dell’innocenza e della semplicità – quest’ultima qualità coltivata con inimitabile talento dallo stesso Ginepro, al quale il film si affida come sua risorsa più preziosa. Trasformato in una palla umana dai soldati a cui era venuto a predicare, trascinato da un cavallo per intrattenere le truppe, grazie al suo sorriso sciocco riesce a suscitare un barlume di tenerezza nel terribile tiranno Nicolaio (interpretato con furia da Aldo Fabrizi). Al termine di questo periodo di apprendistato, i giovani monaci, che sono monaci anche nella vita reale (Rossellini girò il film con quelli del monastero di Nocera Inferiore), si disperdono come passeri per offrire la loro libertà al mondo. L’edizione? Cosa rara per Carlotta, si attiene a un certo minimalismo. Di pregevole qualità complessiva, presenta una copia restaurata di recente, di discreta qualità anche se l’immagine non è sempre priva di difetti, e, in aggiunta, una brevissima presentazione registrata da Roberto Rossellini per la televisione, il prologo storico di stampo accademico, sullo sfondo degli affreschi di Giotto, che accompagnava la versione americana, e un’approfondita analisi di Alain Bergala.
Arnaud Macé Cahiers du cinema n. 629

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