Ero un ragazzo molto giovane, vivevo a Milano nei primi anni Trenta quando, appassionato di cinema come tutti i miei amici, tra cui Lattuada, Freda, Mondadori, Ponti e altri, andai in un cinema di periferia dove proiettavano un film di Mamoulian, credo fosse Incrocio di città¹, che volevo rivedere. Era il primo film del genere gangsteristico americano: ritmo, velocità, azione essenziale, personaggi spietati, luci dure, psicologia incisiva, nello stile che in seguito sarebbe stato identificato come lo stile Warner Bros.
Mamoulian rappresentò quindi un punto di svolta rispetto al tipo di relazione sentimentale e sdolcinata che aveva sempre trionfato sul grande schermo, o al tipo avventuroso, vendicativo e favoloso, come quello di Robin Hood e Douglas Fairbanks. A quel tempo, nei secondi o terzi cinema esclusivi che frequentavo, viste le mie possibilità economiche, di solito proiettavano due film al prezzo di uno, generalmente un dramma e una commedia.
E così, senza averlo cercato, senza nemmeno sapere che esistesse, mi sono imbattuto in “I pantaloni lunghi” di Harry Langdon. Non ricordo più il titolo italiano, ma ricordo distintamente come fui colpito dalla ricchezza psicologica ed emotiva di questo film, classificato come commedia, presumibilmente capace di solleticare le zone più superficiali della sensibilità dello spettatore, e che, in realtà, poteva suscitare le emozioni più svariate e profonde; attraverso lo strumento dell’ironia, del grottesco, spinto al limite della farsa, era possibile penetrare nelle profondità dei sentimenti più contrastanti, con minimi cambiamenti di tono, senza mai ricorrere alla grancassa, strumento fondamentale della narrativa drammatica.
E tutto ciò mi sembrò ancora più sorprendente perché entrambi i film trattavano lo stesso argomento: la durezza e la crudeltà delle relazioni in una grande città, la mancanza di pietà, l’indifferenza verso la sensibilità dei personaggi coinvolti. Da allora, ho visto quel film solo una volta; credo fosse di Frank Capra; vorrei ritrovarlo e rimettere al suo posto questo attore che ebbe poca fortuna e che fu grande quanto Chaplin, Keaton, Lloyd, ma forse con una vena di amarezza lunare priva di sentimentalismo, come si riscontra altrove e soprattutto in Chaplin.
Molti anni dopo, ho provato lo stesso shock psico-estetico con Francesco, giullare di Dio di Rossellini. La tenerezza, la spontaneità e la gioia che emanavano da questi due fratellini erano rese attraverso un velo impalpabile di ironia che permeava non solo i personaggi, che non erano attori, ma anche le ambientazioni, la luce e la casuale e sapientemente studiata di gesti, intonazioni e movimenti di macchina, dando l’impressione che nulla fosse “messo in scena” ma che tutto fosse “rubato” nella gioia. E qui, ancora una volta, il senso dell’umorismo del regista, che significava la capacità di portare alla luce i moti più intimi dell’anima, conferiva al tutto la stessa spontaneità, la stessa gioia estatica che si ritrova nei versi del Cantico dei Cantici, così semplici da apparire ovvio. E tutto deriva dall’ironia che funge da filtro in questo ammirevole film; tutti i film su “San Francesco” realizzati prima o dopo, da registi teatrali o cinematografici, senza questo filtro indispensabile, ci offrono poveri piagnucolosi, lamentosi e noiosi. Oh, che visione comica del mondo, così terribile, spietata, reale!
Leopardi scrisse, nel sessantottesimo capitolo dei suoi Pensieri: «Grande tra gli uomini, e formidabile al Potere, è il potere del riso; contro di esso nessuno, in coscienza, si sente protetto da ogni parte. Chi ha il coraggio di ridere è padrone del mondo, non molto diverso da chi è pronto a morire».
Mario Monicelli (Tradotto dall’italiano da Paul Louis Thirard).
Positif 1994 n.400