
“DISCLOSURE DAY” quando l’umanità chiede salvezza, guarda al cielo
Torna al cinema l’inventore del moderno blockbuster Steven Spielberg: «Disclosure Day» è un film di fantascienza tra i più classici, che pone domande di senso a cui fatica a dare risposta
di Giacomo Mininni
“Ormai solo un dio ci può salvare”, confessò il filosfo Martin Heidegger a due giornalisti dello «Spiegel» che lo intervistarono il 23 settembre 1966. Era il suo responso su un mondo del tutto votato allo sviluppo tecnologico e alla logica economico-mercantile, in cui tutte le potenze spirituali che avrebbero potuto guidarlo (religione, filosofia, arte, politica) erano state brutalmente accantonate come “improduttive”.
La Guerra Fredda a cui stava assistendo Heidegger era la stessa che viveva un giovane cineasta americano, Steven Spielberg, entrato di diritto nella storia del cinema per aver rivoluzionato l’industria con l’invenzione del moderno blockbuster. Anche Spielberg vedeva un mondo in crisi, e anche lui pensava che la salvezza potesse venire solo dall’alto, con qualche evidente differenza: nel suo «Incontri ravvicinati del terzo tipo», e in misura minore anche in «E.T. l’extraterrestre», erano avanzati, saggi e pacifici popoli alieni che discendevano dal cielo in soccorso di un’umanità impegnata ad autodistruggersi.
Quasi ottantenne, Spielberg torna sullo stesso tema con «Disclosure Day», sempre abbracciando gli stilemi della fantascienza classica (moltissimi i rimandi ai grandi del genere, dal Wise di «Ultimatum alla Terra» all’Arnold di «Destinazione… Terra!»), sempre guardando con preoccupazione a un mondo che è tornato alle tensioni e ai giochi di potere che si sperava fossero stati archiviati col secolo scorso.
Se la storia segue da una parte le avventure di Daniel Keller (Josh O’Connor), un tecnico informatico in fuga da un’inquietante agenzia paragovernativa a cui ha sottratto prove dell’esistenza degli extraterrestri, e dall’altra quelle, più divertenti e ritmate, di Margaret Fairchild (Emily Blunt), una meteorologa che ha improvvisamente sviluppato abilità telepatiche, quello che davvero attrae lo sguardo è lo sfondo. Mentre i due cercano di rivelare al mondo una verità a lungo nascosta, il mondo in questione è sull’orlo di una Terza Guerra Mondiale, con le due Coree in procinto di darsi battaglia, l’UE disgregata, i rapporti diplomatici in fumo, e le varie superpotenze, Russia e USA in primis, col dito sul grilletto.
La domanda di senso che parte da questo contesto è chiaramente la stessa che muoveva i classici del cinema di genere negli anni Cinquanta e Sessanta, e anche la stessa a cui Spielberg tentava di rispondere il decennio successivo. Laddove però l’elemento fantascientifico era puramente allegorico, significante per un significato altro, qui Spielberg sembra prendersi alla lettera.
La sua fantascienza messianica si riempie di misticismo e di simbolismi religiosi, un po’ insegue il modello del «Contact» di Zemeckis (del quale ripete verbatim alcune battute), dall’altra scade nelle peggiori fantateologie modello Mauro Biglino, raggiungendo l’apice con una devota che si inginocchia e si fa il segno della croce davanti all’emissaria degli alieni di turno.
Quello che muove Spielberg è sempre lo stesso anelito di salvezza, condito con una fede nell’umanità che gli fa sperare (sognare?) che davanti a una presenza extraterrestre l’umanità potrà riscoprirsi una sola famiglia, pronta a seguire la guida di esseri da copione illuminati (“più vicini a Dio di quanto saremo mai”, dice) che ci insegnino l’empatia come definitivo vantaggio evolutivo (sic).
Così, però, si baratta trascendenza per immanenza, infinito per finito, fede per prova. Probabilmente, Heidegger direbbe che una risposta simile non differisce poi molto da quel dominio della tecnica che ha generato la domanda in primo luogo.
DISCLOSURE DAY di Steven Spielberg. Con Emily Blunt, Josh O’Connor, Eve Hewson, Colin Firth. USA, 2026. Fantascienza.

