
“IL FILO DEL RICATTO” quando la vita è appesa a un filo
Dopo sette anni di assenza torna in sala Gus Van Sant con «Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire», una commedia-thriller surreale ispirata a un vero fatto di cronaca
di Giacomo Mininni
A Indianapolis, nel 1977, un emerito signor nessuno, Tony Kiritsis, rapì Richard Hall, figlio di H.M. Hall, presidente di una locale compagnia di mutui. Kiritsis legò la canna di un fucile a canne mozze al collo di Hall, così che ogni suo tentativo di fuga o di intervento esterno sarebbero risultati in uno sparo fatale. Sistemato così l’ostaggio, l’uomo convocò la polizia, la stampa e perfino il suo dj radiofonico preferito, sicuro di avere a quel punto un pubblico pronto ad ascoltare la sua denuncia della truffa legalizzata che gli Hall avrebbero ordito ai suoi danni.
Alla vicenda era già stato dedicato un documentario, «Dead Man’s Line» di Alan Berry, visibile su YouTube. Werner Herzog avrebbe dovuto trasformarla in film con Nicolas Cage nel ruolo principale, ma ritardi nella produzione portarono all’abbandono di entrambi: è così che il produttore Cassian Elwes si rivolge a un amico, Gus Van Sant, chiedendogli di subentrare, e girare il film a tempo record (appena 19 giorni) per non sforare il budget.
A sette anni di distanza da «Don’t Worry» torna allora al cinema Gus Van Sant, che da subito imprime un’impronta personalissima al film: come sua abitudine («Elephant», «Lost Days», «Da morire»…) il regista prende un fatto di cronaca e lo trasforma in caso-studio, una lente di ingrandimento attraverso cui tratteggiare un ritratto della società statunitense (e non solo), il più delle volte sconfortante.
Lo stile si adatta all’ambientazione, e Van Sant aggiusta la fotografia, il sonoro e perfino l’aspect ratio per fare sembrare «Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire» un thriller poliziesco degli anni Settanta, con uno sguardo evidentemente rivolto al Sidney Lumet di «Quel pomeriggio di un giorno da cani» con Al Pacino a fare da trait d’union, ma frammentando le riprese originali con fotografie e filmati d’archivio dai telegiornali dell’epoca, più qualche spezzone dal documentario di Berry.
Il risultato è uno dei film più interessanti della stagione, un thriller anomalo in cui la tensione sapientemente costruita a partire dalla primissima scena viene continuamente interrotta da parentesi di umorismo surreale, trasformando un fatto di cronaca in un vero e proprio teatro dell’assurdo, una tragicommedia che scava oltre il singolo fatto per svelare i retroscena di un capitalismo predatorio che schiaccia i “piccoli uomini”, come Tony si definisce, e pretende la loro entusiastica sottomissione.
Con toni satirici che alleggeriscono sempre quanto raccontato, Van Sant prende un episodio di violenza e lo presenta – come d’altronde è stato letto dal grande pubblico anche all’epoca – come un atto di rivolta contro un’ingiustizia sistemica, endemica, legalizzata, col suo protagonista, un ottimo Bill Skarsgård, che regge il gioco con un’interpretazione bizzarra ed erratica quanto basta a rendere il proprio personaggio non il “cattivo” della storia ma quasi un antieroe springsteeniano, un gran lavoratore che improvvisa una goffa guerra contro “il sistema”.
Divertente, caustico, ben ritmato, «Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire» si propone come una specie di storia delle origini dell’America di oggi, fotografando da un lato il capitalismo d’assalto che evolverà fino allo scandalo (e alla crisi) dei mutui subprime del 2008, e dall’altro la nascita di una copertura mediatica che da informazione pura era già avviata a diventare l’infotainment che oggi trasforma anche i peggiori fatti di cronaca in uno spettacolo di cui seguire ogni “puntata”. Un ritorno in grande stile.
IL FILO DEL RICATTO – DEAD MAN’S WIRE di Gus Van Sant. Con Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Colman Domingo, Myha’la Herrold. USA, 2025. Thriller.

