“KIM NOVAK’S VERTIGO, LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE” tra le vertigine di un’anti-diva
Un documentario che, tra cinefilia e confessione, ci regala il ritratto di chi ha saputo fare la scelta giusta
di Marco Vanelli
Lo scorso anno la Biennale di Venezia ha assegnato il Leone d’Oro alla carriera a un’attrice ultranovantenne che è stata un sex-symbol negli anni Cinquanta e Sessanta, ma al tempo stesso un’interprete misurata e versatile, nonché una donna che – parafrasando il suo film più celebre – ha vissuto più volte. Stiamo parlando di Marilyn Novak, classe 1933. Certo che con quel nome di battesimo sarebbe andata a cozzare contro l’altra giovane diva del momento, la Monroe; così la Columbia Pictures le assegnò quello con cui è entrata nella memoria collettiva: Kim Novak.
A lei è dedicato questo documentario, presentato alla scorsa Mostra di Venezia in concomitanza con la consegna del premio: un film che interessa soprattutto i cinefili, ma non solo, perché la testimonianza che la diva dà di sé, della sua carriera, di un vissuto familiare difficile e dei suoi disturbi (lei stessa confessa al regista-intervistatore di aver scoperto di essere bipolare) ci offre il ritratto, prima di tutto, di un essere umano che ha sempre cercato di non farsi intrappolare nelle spire di Hollywood.
E infatti, all’apice della carriera, Kim Novak ha lasciato la Mecca del cinema, tornando, sì, saltuariamente sullo schermo, ma dedicandosi alla sua primaria passione, quella di dipingere. Nei suoi quadri – onestamente non memorabili – ritrae sé, i suoi genitori (di origine ceca), gli animali, spesso avvolti in un gorgo che non può non rimandare ai vortici che introducono Vertigo (1958 – in italiano: La donna che visse due volte), il capolavoro di Alfred Hitchcock che l’ha consacrata icona di un ideale femminile che non le apparteneva: la donna bionda, algida, respingente che aveva sempre affascinato il regista inglese (pensiamo alle sue attrici preferite, come Ingrid Bergman o Grace Kelly), attratto, come il suo protagonista, da un fantasma di donna (Madeleine) e non da quella reale e innamorata di lui (Judy).
Il documentario ci regala segreti e scoperte, anche per la stessa Novak, che grazie alla curiosità dell’intervistatore schiude davanti alla cinepresa scatoloni dimenticati contenenti copioni, fotografie, ritagli di stampa e anche il celebre tailleur grigio indossato da Madeleine, di fronte al quale Kim (o Marilyn) Novak si commuove al ricordo, ma anche al pensiero di come il suo mestiere costringa chi ha successo a doversi trasformare, assumere non solo nuove fisionomie, ma anche ruoli sociali assegnati dagli uffici-stampa delle majors. Per lei, che ha dovuto combattere con una costante vulnerabilità emotiva, che si è sentita non amata da una madre che ha cercato di abortirla e di soffocarla appena nata (e ciononostante lei è riuscita a perdonarla e a farla sentire orgogliosa della fama raggiunta), il pericolo era proprio quello di diventare come alcuni personaggi autodistruttivi che ha interpretato: pensiamo a Un solo grande amore (1957) o Quando muore una stella (1968). Non le piaceva fingere, recitare (acting), perciò ha cercato di re-acting, di reagire, riprendere in mano la propria identità, curare le ferite, accettare gli sbagli (come gli interventi sul volto che non rendono certo onore alla bellezza di un tempo).
Il suo punto di riferimento, dichiara, è sempre stato Greta Garbo, la diva più diva di sempre che, a un dato momento, tra la vita e Hollywood ha saputo scegliere la prima, scomparendo nell’anonimato, lasciando dietro di sé l’immagine divinizzata della star di un tempo. Kim-Marilyn Novak vive ora in un buen retiro, tra dipinti e animali, in attesa dell’ultimo viaggio quando potrà sperimentare ciò che ancora non ha vissuto e espresso: «Ve lo farò sapere quando sarò di là».
KIM NOVAK’S VERTIGO – LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE
Regia e sceneggiatura: Alexandre O. Philippe; fotografia (colore): Robert Muratore; montaggio: David Lawrence; musica: Jon Hegel; interprete: Kim Novak; produttore: Terri Piñon; distribuzione: Madison Pictures; origine: Usa, 2025; formato: 1,85:1; durata: 76 min.

