
“MABOROSI” riscoprire un maestro a partire dai suoi esordi
Arrivano per la prima volta al cinema i primi film del maestro giapponese Hirokazu Kore’eda, con l’esordio «Maboroshi – I bagliori dell’anima» ad aprire le fila.
di Giacomo Mininni
È dal 2018 di «Un affare di famiglia» che il giapponese Hirokazu Kore’eda ha raggiunto una certa fama anche qui in Italia, conquistando con la storia di una poverissima famiglia che vive di espedienti, ma decide di prendersi cura di una bambina maltrattata. Kore’eda, però, si era dato al cinema già dal 1995, con titoli altrettanto interessanti che però non avevano trovato spazio nella nostra distribuzione.
A partire dal 14 maggio fino al 1 luglio, BiM Distribuzione porta in sala per la prima volta i primi quattro film di Kore’eda in versione restaurata, un bel regalo che permette di riscoprire gli esordi di uno dei grandi maestri del cinema nipponico contemporaneo, prima dell’uscita del suo «Sheep in the Box» in questi giorni a Cannes.
Il primo ad arrivare è «Maborosi – I bagliori dell’anima» del 1995, l’esordio di Kore’eda al cinema di finzione dopo quattro anni da documentarista. La storia è quella di Yumiko, una ragazzina di Osaka che non riesce a fermare la nonna, affetta da demenza, prima che si allontani da sola nella notte per non fare più ritorno, e che anni dopo, adulta e con un figlio, viene colta di sorpresa dall’improvviso e inspiegabile suicidio del marito.
Quello di Yumiko, una bravissima Makiko Esumi, è un viaggio fisico, da Osaka alla casa del nuovo marito nel piccolo villaggio di pescatori di Uniumachi, ma anche e soprattutto psicologico ed emotivo, un tuffo alle radici di un dolore senza nome, di una colpa che la segue come un fantasma.
Anche al suo primo film, Kore’eda dimostra di avere le idee ben chiare sui modelli da seguire, identificando il maestro principale in Yashujirō Ozu, dal quale riprende la poetica della quotidianità, l’estetica degli interni, l’attenzione geometrica alla messa in scena, perfino la leggendaria camera ad altezza tatami. Molti altri sono i numi ispiratori, da Kenji Mizoguchi al polacco Krzysztof Kieślowski (impossibile non pensare a «La doppia vita di Veronica»), da Hou Hsiao-hsien al nostrano Michelangelo Antonioni, passando per la Nouvelle Vague francese come per quella taiwanese.
Kore’eda non si limita mai a copiare uno stile, ma lo fa proprio e lo interiorizza, trsformandolo in un linguaggio espressivo di grande efficacia. Quello che interessa non è qui la narrazione di un avvenimento, quanto piuttosto la mappatura dell’impatto che questo ha sull’universo interiore della protagonista, la ricerca dei segnali di un dolore che sa dissimularsi, nascondersi nella quotidianità, diluirsi in una stasi che non è mai raggiungimento di un equilibrio, ma tentativo di oblio con conseguenze terribilmente distruttive.
Valorizzato dalla meravigliosa fotografia di Masao Nakabori, il villaggio di Uniumachi, nella prefettura di Ichigawa, diventa una proiezione esteriore dell’anima di Yumiko, uno spirito in preda a isolamento, gelo, tempeste, ma anche di piccoli, deliziosi momenti di gioia da custodire come un tesoro.
Già in «Maborosi – I bagliori dell’anima» si dipanano i temi ricorrenti del cinema di Kore’eda: la famiglia, l’attenzione alle relazioni umane, la struggente bellezza nascosta nel quotidiano, presentati con uno stile essenziale, per sottrazione, gemmati su domande a tratti dolorose la cui risposta viene demandata a un pubblico reso partecipe della storia.
Nelle prossime settimane seguiranno «Nobody Knows – Come si diventa adulti», «Still Walking – Camminando in un giorno d’estate» e «Wonderful Life – Qual è il tuo ricordo più bello?»: un’ottima occasione per conoscere meglio uno dei migliori registi oggi in attività.
MABOROSI – I BAGLIORI DELL’ANIMA di Hirokazu Kore’eda. Con Makiko Esumi, Takashi Naito, Tadanobu Asano, Ren Ōsugi. Giappone, 1995. Drammatico.

