
“RESURRECTION” quando il grande schermo diventa un sogno condiviso
Dopo la vittoria del Premio della giuria a Cannes, il cinese Bi Gan porta in sala un viaggio onirico nella storia del cinema
di Giacomo Mininni
Il mondo di «Resurrection», terzo film del cinese Bi Gan e vincitore del Premio della giuria al Festival di Cannes, è un futuro non meglio specificato in cui l’umanità è riuscita a diventare immortale, al prezzo però di rinunciare a sognare. Esiste chi sceglie di continuare a sognare, i cosiddetti Deliranti, che con la loro attività onirica mettono a rischio l’immortalità di tutti. Un’investigatrice dà la caccia all’ultimo Delirante all’interno della sua stessa mente, nella forma particolare di sogno in cui questo si è rifugiato: il cinema.
Con queste premesse Bi Gan mette in scena un film indefinibile, un’esperienza onirica che attraversa la storia del cinema attraverso sei episodi che sono altrettanti sogni, livelli in cui il Delirante protagonista (Jackson Yee) si rifugia.
Tutti i sogni presentano molteplici livelli di lettura e attraversano molti generi, ma come quelli raccontati sul lettino di uno psicanalista contengono elementi ricorrenti che li legano uno all’altro, a partire dai due protagonisti, Yee e Shu Qi, impegnati in diversi ruoli.
Ognuno degli episodi è legato a uno dei sensi: il primo, che ripercorre la storia del cinema muto rimettendo in scena i Lumière, Murnau, Méliès e altri, è la vista; il secondo, un noir che guarda a classici come «Il terzo uomo» e mette in scena una caccia a un musicista leggendario, è l’udito; il terzo, in cui un giovane ex monaco lecca una pietra per evocare lo Spirito dell’Amarezza, è il gusto; il quarto, con un criminale che insegna a una bambina (Guo Mucheng) a fingere di avere un naso capace di leggere le carte per un’elaborata truffa, è l’olfatto; il quinto, con un uomo che non ha mai baciato nessuno che intreccia una storia d’amore con una vampira che non ha mai morso nessuno, richiama invece il tatto.
Non è un caso: l’investigatrice inizialmente non capisce perché il Delirante sia tanto legato al cinema, e la discesa nei meandri della sua psiche e il legame che i sogni hanno con i suoi sensi dicono che il cinema per lui non è solo uno spettacolo passivo, ma un modo di vedere e leggere il mondo, un filtro attraverso cui fare esperienza del reale.
L’appassionata dichiarazione d’amore di Bi Gan per il cinema arriva qui come un lamento funebre: «Resurrection», che in originale suona come «Tempi selvaggi», racconta la storia dell’esperienza in sala per cantarne la fine, continuamente annunciata, temuta, paventata, ma fortunatamente sempre rimandata.
Col cinema non si perderebbe però la capacità di sognare in sé, la tesi di Bi è un’altra. Uno degli indovinelli dell’orfanella di Guo Mucheng chiede cosa è possibile fare da soli, ma mai in due, e la risposta è appunto “sognare”. Ma l’investigatrice e il Delirante, per l’intera durata del film, non fanno che condividere gli stessi sogni, e la cosa è possibile proprio perché questi sono “fatti di cinema”.
Il cinema come luogo, lo stesso che si decompone via via che scompaiono gli spettatori sul finale, rappresenta quindi la possibilità di vivere un sogno condiviso: immersi nel buio della sala, siamo uniti nel e dal sogno proiettato sul grande schermo, rapiti per un paio d’ore in un’esperienza collettiva che inevitabilmente viene a mancare nella fruizione singola, magari ognuno sul suo device, a cui ci ha abituato l’era dello streaming.
«Resurrection» è un’esperienza ipnotica, ricchissima, complessa, emozionante, che incanta con invenzioni visive e lunghissimi piani sequenza. Una volta riaccese le luci, non resta che sperare che l’elegia funebre cantata dal film si riveli prematura.
RESURRECTION di Bi Gan. Con Jackson Yee, Shu Qi, Guo Mucheng, Chen Yongzhong. Cina, Francia, 2025. Fantascienza.

