da San Francesco d’assisi nel cinema – dal Muto al sonoro .
………….. A un film su San Francesco aveva già pensato Adolfo Padovan (uno dei realizzatori dell’Inferno), che aveva anche scritto un soggetto per la Milano Films. Ma fu la Cines , a mettere effettivamente in cantiere un suo progetto, in vista del Concorso cinematografico che era stato indetto a Torino nell’ambito della Esposizione internazionale del 1911 (dove Il Poverello di Assisi si aggiudicò in effetti il secondo premio per la « categoria artistica », piazzandosi dopo Nozze d’Oro dell’Ambrosio). Il film della Cines,, lungo due bobine (450 m), si inserì allora in quella tendenza al lungometraggio che stava decisamente emergendo, per la prima volta, nel nostro cinema attraverso altre opere anch’esse in qualche modo legate al genere « religioso », come l’Inferno (Milano Films), di Bertolini e Padovan, e La Gerusalemme liberata (Cines) dello stesso Guazzoni. All’epoca in cui realizzava il suo film su Francesco, Guazzoni stava già preparandosi alla grande impresa del Quo Vadis? (che sarebbe poi uscito all’inizio del 1913).
« Pretesi subito di girare ad Assisi — ricorda il regista nelle sue memorie — tra lo scandalo dei finanziatori abituati a “farsi tutto in casa ”. Ottenuto il ”via”, partii per la città del Poverello che, nel caso specifico, era impersonato da Emilio Ghione. Ghione si era accinto all’impresa con entusiasmo, immergendosi per vari giorni in astruse letture e rapandosi la testa a zero per poter aderire fisicamente al personaggio nella maggior misura possibile. Dopo qualche giorno di permanenza ad Assisi, però, tutto il suo fervore religioso svanì come per incanto, sopraffatto del demone del gioco. Gli abitanti della piccola cittadina ebbero così il curioso privilegio di vedere molto spesso il loro prediletto San Francesco accapigliarsi in furibonde partite di poker con gli altri interpreti del film. (…) Ghione, che non pensava ancora al suo geniale ” Zà la mort ”, ottenne un personale trionfo come San Francesco: alto e magro, con gli occhi allucinati e l’andatura ieratica produsse una enorme impressione ».
In effetti, se Ghione diede certo un apporto importante alla creazione del personaggio, decisivo risultò il lavoro effettuato da Guazzoni, che seppe valorizzarne la figura e immergerla, in alcuni momenti, in un’aura autenticamente poetica, grazie a una attenta composizione del quadro e a una sapienza figurativa che già anticipava le sequenze più suggestive e ispirate del “Quo Vadis?. Guazzoni adottò una narrazione lineare, ritmicamente scandita dalle rare, essenziali didascalie e dal succedersi di « quadri » in cui era mantenuta costante la fissità della scena e del punto di vista. Il distacco che questo stile determinava tra lo spettatore e lo schermo attribuiva al personaggio protagonista una notevolissima carica simbolica, una tensione che il realizzatore valorizzava isolando la figura del Santo dal contesto, relegando ai margini sia la presenza dei fraticelli e dei popolani, sia quella, appena accennata, di Chiara. Poteva così liberamente imporsi a dominare il quadro la recitazione ieratica, a tratti stralunata, di Ghione, che seppe ottenere il massimo di effetto con una semplicità e una misura di gesti davvero sorprendenti se confrontate ai canoni recitativi allora in uso nel nostro cinema.
Possiamo in sostanza sottoscrivere il giudizio dato da Francesco Savio sulla stessa copia del film avventurosamente salvata dalla distruzione dalla Associazione italiana per le ricerche di storia del cinema e oggi per la prima volta presentata al pubblico. Per Savio, “nel Francesco di Guazzoni la autenticità va ricercata negli accenti riduttivi piuttosto che in quelli espansivi e sinfonici. La vena dell’autore del Quo Vadis? si annuncia intimistica e lirica”. Ma mentre la regia procede con pudore e nitore sulla strada del tableau, Ghione — costretto a sostenere lunghe pantomime edificanti per tutta la durata di inquadrature statiche — fa appello a certa sua sensibilità vibratile: cfr. le scene della rinuncia ai beni materiali (sua nudità da personaggio di E1 Greco, macilenta e casta, ritrosa, e ” umana ”), l’ambasceria in Oriente, l’udienza papale, l’ordinazione di Chiara, le tre ” stazioni ” della malattia, sempre più magro, più dolce, più intenso. Quando con sapienza iconografica e luministica, quando con cauta invenzione, Guazzoni situa intorno a Francesco gruppi di comparse ben disposte, giocando sul contrasto tra i costumi e sfruttando molto bene i crani rapati del Poverello e dei suoi confratelli. (Qualche brivido rosselliniano; più freschezza che non nella Cavani, di cui ” sfora ” il puntiglio giovanneo). In Ghione s’apprezza, soprattutto, il gesto largo ma secco, e quella religiosità appena velata di patetismo che, al punto terminale del ” Fioretto ”, si chiude in sé come per meditarsi o scarta nel ” parlato ” ».

