“AGENT OF HAPPINES” siamo tutti molto più complicati di un numero
A due anni dall’esordio al Sundance, arriva in sala il documentario «Il Bhutan e la felicità»,, bizzarro viaggio all’interno del paese più felice del mondo
di Giacomo Mininni
Con la calura intollerabile di questi giorni, niente di meglio che un bel viaggio in montagna, tanto più se si tratta delle altissime (e fresche) montagne himalayane, col bonus non trascurabile di trovarsi nel paese più felice del mondo.
In Bhutan, dal 2008, per modifica costituzionale il PIL (prodotto interno lordo) è stato sostituito da un altro indicatore di benessere, la FIL (felicità interna lorda), che misurerebbe con più accuratezza l’effettivo stato di salute della nazione.
Il regista bhutanese Arun Bhattarai e l’ungherese Dorottya Zurbó, alla loro seconda collaborazione, attraversano il paese assieme a due funzionari governativi incaricati di sottoporre a un campione di cittadini i questionari per misurarne la felicità, assegnando punteggi a dati “oggettivi” come il possesso di animali da fattoria, di veicoli o di elettrodomestici, e ad altri decisamente più aleatori, come il livello di tristezza, il senso di appartenenza, la devozione alla famiglia, l’aspettativa sul futuro.
Nasce così «Agent of Happiness – Il Bhutan e la felicità», un documentario on the road che attraversa il sedicente paese più felice del mondo, presentato nel 2024 al Sundance e arrivato solo oggi nelle nostre sale, probabilmente sull’onda lunga di film come il bel «C’era una volta in Bhutan» di Pawo Choyning Dorji.
I due registi seguono coi loro obiettivi i viaggi e gli incontri di Amber Kumar Gurung e Guna Raj Kuikel, immortalando le interviste e concludendole mettendo in sovrimpressione i punteggi ottenuti nelle varie categorie, con tanto di “voto finale”.
Se la prima parte del documentario, montato in modo piacevolmente narrativo, serve a spiegare le regole del gioco, la seconda invece finisce col delegittimarle del tutto, mostrando l’assoluta irriducibilità statistica della vita vera, riportando il paese a misura d’uomo e lasciando che siano gli stessi cittadini a raccontarsi ben oltre il numero che finirà per rappresentarli.
Ecco allora che dietro il 10 pieno di una figura pubblica locale si nasconde il marito tirannico e vanaglorioso di tre mogli ridotte in stato di semi-servitù, che sotto la sufficienza di un falegname scorre l’abisso di dolore di un vedovo che cerca nel nipotino appena nato la nuova incarnazione dell’amata moglie defunta, che alle spalle della spiazzante insufficienza di una cantante trans depressa si staglia l’amore sconfinato di una madre morente.
Dalle campagne più aperte ai nighclub cittadini, dalle pendici dell’Himalaya al centro della capitale Thimphu, Bhattarai e Zurbó utilizzano gli stessi strumenti del governo (questionari, interviste, calcoli matematici) per dimostrarne la fallibilità, per ribadire l’infinita complessità della vita umana contro ogni semplificazione e sistematizzazione, ma anche per celebrare la felicità, quella vera, pur nella sua inafferrabilità, aprendo una breccia su quel propagandistico 93% di cittadini felici per mostrare la realtà di un mondo non poi così lontano come lo si penserebbe.
Pur con qualche ingenuità di troppo nella messa in scena, ma sorretto da un ottimo montaggio, «Agent of Happiness – Il Bhutan e la felicità» è un film profondamente umanista, un mosaico di storie, volti, esperienze, che oscillando tra la gioiosa speranza nel futuro data dalla nascita di un vitellino e la cupa disperazione di una cittadinanza che non arriva mai, restituisce un ritratto degno, vivo, complesso, di un paese che ancora si vorrebbe da cartolina.
AGENT OF HAPPINESS – IL BHUTAN E LA FELICITÀ di Arun Bhattarai, Dorottya Zurbó. Bhutan, Ungheria, 2024. Documentario.

