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Tutti cantano mentre piovono i proiettili:
i Manetti riportano Napoli alla dimensione di mito

Don Vincenzo Strozzalone, boss del commercio del pesce, si finge morto dopo essere scampato a un attentato. Ma Fatima sa troppo e deve essere eliminata perché il segreto rimanga tale. Dei due killer incaricati, Rosario è fedelissimo, mentre Ciro, che ama Fatima, le salva la vita mettendola al sicuro. Nell’impossibilità di nascondere l’insubordinazione, diviene a sua volta bersaglio dei malamente. Anche di Rosario, amico fraterno che sa soltanto obbedire agli ordini. Così, mentre si celebrano i finti funerali di don Vincenzo, si scatena la guerra di camorra.

In “Ammore e malavita” dei Manetti Bros. c’è un po’ di tutto. Camorra, affari sporchi, vendette di famiglia, malavitosi irriducibili e altri pronti alla redenzione, un sacco di morti ammazzati, persino un boss che si finge morto, sole, mare e amore. Ma soprattutto ci sono Napoli (anche quella delle cartoline) e tanta musica di Pivio e De Scalzi che accompagna il film dall’inizio alla fine. Considerando che il primo a cantare è Carlo Buccirosso dall’interno di una bara, che si domanda perché il suo funerale sia accompagnato da gente che non conosce e perché tutti lo chiamino don Vincenzo quando il suo nome è un altro, c’è da chiedersi a che tipo di film stiamo assistendo. Una sceneggiata? Un musical? Un film anomalo del genere criminale? Una derivazione di “Gomorra”? Ecco, forse è opportuno partire da qui. “Ammore e malavita” si pone proprio come risposta solare e grottesca alla seriosità cupa e senza speranza prima del libro di Saviano, poi del film di Garrone, poi della serie televisiva di Sollima e infine di tutti i derivati che ne sono venuti. Posto che i Manetti (Antonio e Marco all’anagrafe) hanno ormai acquisito uno status di revisori dei generi popolari, dall’horror alla fantascienza al musical, che nei casi migliori affrontano con passo di carica e volontà di trasgressione, bisogna dire che in questo caso hanno consapevolmente scelto di restituire un’immagine di Napoli che, senza allontanarsi dalla realtà, faccia riconquistare alla città un alone più mitico (quindi cinematografico) che realistico e documentario. Va da sé che dalla verità non si può fuggire e che le risate a crepapelle tanto sottolineate nella pubblicità e nelle cronache dalla Mostra di Venezia non ci sono sembrate così tante: si apprezza il senso del grottesco che i Manetti sfoderano nella composizione del racconto, ma non si può fare a meno di percepire un sottotesto profondamente triste e vicino alla realtà quotidiana.

Quel che dovrebbe essere chiaro a chi assista a “Ammore e malavita”, è che alcuni degli eventi raccontati dai Manetti possono anche ispirarsi a qualche fatto reale, ma che il contesto è senza dubbio quello colorato, rutilante e fracassone della più tipica tradizione napoletana. Così, assecondando le proprie preferenze espressive, sono riusciti a trasformare il tutto in cinema a 360° senza lasciare che il buono, il cattivo, l’amico, l’amante, il testimone, il boss e nessun altro potesse trasformare il film in un racconto morale. Questo, corredato di musiche veramente indovinate, innalza “Ammore e malavita” al di sopra dell’indignazione, della denuncia e del trattato socio-politico-criminale: c’è tutto, ma a prevalere è sicuramente lo spettacolo popolare che prevede che, mentre piovono i proiettili, tutti si mettano a cantare. Niente di male: il retrogusto amaro resta. Ma è un fatto che attori bravi come Giampaolo Morelli (già ispettore Coliandro), Serena Rossi, Claudia Gerini, Carlo Buccirosso e tutta la compagnia presente nel film riescano a trasmettere la precisa impressione di quanto debbano essersi divertiti a prendere parte a un’operazione così insolita. Questa è la differenza rispetto alla sceneggiata classica: i Manetti non credono alle lacrime.

AMMORE E MALAVITA dei Manetti Bros. Con Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Claudia Gerini, Carlo Buccirosso, Raiz, Antonio Buonomo. ITALIA 2017; Musicale; Colore

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