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“HOPE”, non un film sulla morte, ma sull’amore

 recensione a cura di Marco Vanelli

Hope, nel senso di speranza di vita, è il primo film della regista norvegese Maria Sødahl che vediamo sui nostri schermi, tra l’altro con tre anni di ritardo. Si tratta, però, di una bella scoperta, che dimostra una mano sicura nella direzione degli attori, un forte senso drammaturgico e delle belle riflessioni da comunicare.
La vicenda potrebbe far temere un «lacrima movie» come quando al cinema si affronta una malattia terminale, ma tranquilli, siamo più dalle parti di Caro diario che di Love Story: il tumore al cervello che all’improvviso Anja, un’affermata coreografa svedese, scopre di avere, con previsione di vita di tre mesi, non dà adito a piagnistei, bensì a una seria revisione della propria vita, delle relazioni, degli affetti, dei valori in cui credere.
La storia si concentra nei giorni che vanno dal 22 dicembre al 2 gennaio. Lei è in tournée e rientra in famiglia – una famiglia allargata, che comprende il suo compagno, Tomas, più anziano, anch’egli impegnato nel teatro, i tre figli di lui e gli altri tre avuti con Tomas, in un bell’appartamento dove la sua assenza si fa notare per una certa disinvolta trascuratezza.
Sono i giorni di Natale e anche il padre di Anja è con loro per passare assieme le feste. Feste che si riducono all’addobbo dell’albero, simbolo di luce nella spiritualità luterana, ormai ridotto a elemento decorativo che troneggia in ogni ambiente, anche ospedaliero. Solo il vecchio padre sembra dimostrare una continuità di fede portando i nipoti alla liturgia della notte di Natale: per Anja e per Tomas le preoccupazioni sono altre. Lui si dimostra il più disperato alla prospettiva della morte della compagna, mentre lei accetta il verdetto con apparente rassegnazione, ma rivelando uno smarrimento e una sensibilità umorale, acuita dalle cure, con cui è difficile per gli altri rapportarsi.
I figli e gli amici più cari vengono messi al corrente della questione, soprattutto in prospettiva di un’operazione, fissata per il 2 gennaio, rischiosa, ma che lascia una seppur minima speranza di riuscita. Con questa scadenza di fronte, Anja cerca di far chiarezza sui suoi veri sentimenti, su un tradimento di lui, sulla preoccupazione per i suoi propri figli: la prospettiva della morte le dà l’occasione per tendere finalmente all’autenticità. E anche la proposta di lui di sposarsi, in chiesa, prima dell’intervento chirurgico, accolta dapprima con disappunto, sarà la chiave di volta per la sua esistenza e per il film. Fino ad allora lo stile di regia è stato quello tipico del cinema scandinavo, memore del movimento «Dogma 95» che prevedeva l’uso della macchina da presa a mano, dell’improvvisazione, delle luci naturali e dell’eliminazione di ogni abbellimento formale; d’un tratto, dopo la cerimonia in chiesa, assistiamo a un cambiamento che consiste nel colloquio traAnja e la figlia più grande di cui udiamo le considerazioni sull’affetto profondo rivelato dai genitori già sulle inquadrature precedenti; nella carrellata laterale fluida che segue Anja, accompagnata da Tomas, fino alla sala operatoria; nel finale, che non riveliamo, che è una splendida traduzione della dimensione spirituale del matrimonio come unione di due anime e due corpi. Solo su quelle ultime scene partono le note della colonna sonora (le musiche sentite in precedenza sono interne alla storia), una mirabile aria di Vivaldi che recita: «Vedrò con mio diletto / l’alma dell’alma mia / il core del mio cor / pien di contento. / E se dal caro oggetto / lungi convien che sia / sospirerò penando / ogni momento». Sono la degna espressione di un amore riscoperto.
HOPE (t.o.: Håp); regia e sceneggiatura: Maria Sødahl; fotografia (colore): Manuel Alberto Claro; interpreti: Andrea Bræin Hovig (Anja), Stellan Skarsgård (Tomas); origine: Norvegia-Svezia-Danimarca.

 

 

Fonte: Toscana Oggi, edizione del 22/05/2022

 

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