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ANTROPOCENE

di Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier, Edward Burtynsky

 

(Antropocene) REGIA: Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier, Edward Burtynsky. SCENEGGIATURA: Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier, Edward Burtynsky. INTERPRETI: Alicia Vikander – (voce narrante). FOTOGRAFIA: Edward Burtynsky (Formato: Cinemascope/Colore). MUSICA: Rose Bolton, Norah Lorway. PRODUZIONE: Edward Burtynsky, Nicholas De Pencier, Daniel Iron, Nicholas Metivier, Nadia Tavazzani. DISTRIBUZIONE: Valmyn. GENERE: Documentario. ORIGINE: Canada. ANNO: 2019.  DURATA: 98’.

 

Frutto di quattro anni di lavorazione, Antropocene (L’epoca umana) (che arriva nelle sale cinematografiche, dopo aver vinto il Premio del pubblico all’ultima edizione del Festival CinemAmbiente) in circa un’ora e mezza – con la voce narrante del Premio Oscar Alicia Vikander – propone un giro del mondo, in sei continenti, 20 Paesi, 43 luoghi incredibili, dove la bellezza è compromessa. Una provocatoria e indimenticabile esperienza della portata dell’intervento dell’uomo sull’equilibrio del pianeta, modificandolo come forse nessuna calamità è riuscita a fare. Il progetto si rifà espressamente alle ricerche condotte dall’Anthropocene working group, un gruppo di 37 scienziati che, a partire dal 2009, hanno raccolto prove per chiedere che il nome dell’attuale epoca geologica, l’Olocene, sia cambiato in Antropocene. L’Epoca Olocenica iniziò 11.700 anni fa quando i ghiacciai dell’ultima era glaciale si sciolsero. Ora ci sono ben altri fenomeni. E sono gli uomini a determinarli: l’estrazione mineraria, l’urbanizzazione, l’industrializzazione e l’agricoltura; la proliferazione delle dighe e il dirottamento dei corsi d’acqua; Co2 e acidificazione degli oceani a causa dei cambiamenti climatici; la presenza invasiva in tutto il mondo di plastica, cemento e altri tecnofossili; tassi senza precedenti di deforestazione ed estinzione. La denuncia diventa consapevolezza. Dalle pareti di cemento in Cina che ora coprono il 60% della costa continentale, alle più grandi macchine terrestri mai costruite in Germania, dalle psichedeliche miniere di potassio negli Urali russi alle fiere di metallo nella città di Norilsk, dalla devastata Grande Barriera Corallina in Australia alla grande discarica di Dandora in Kenya, con migliaia di persone che vivono lì fra decine di metri di plastica e rifiuti, fino a un pezzo di Italia: lo sbancamento delle Alpi Apuane, a Carrara, segnate dalle cave di marmo, sempre più richiesto in tutto il mondo.

*“Il nostro lavoro – dicono gli autori – può offrire uno sguardo avvincente su ciò che accade, la nostra è una testimonianza reale. Far vivere queste realtà attraverso il cinema è come creare un potente meccanismo che dà forma alle coscienze. La pura cronaca che manifesta il significato di quello che accade, di fronte al quale si può opporre la «resilienza», la capacità di reagire dell’uomo a ciò che l’uomo stesso sta generando”. “Non vogliamo rivendicare o attribuire colpe – spiega Jennifer Baichwal – vogliamo semplicemente testimoniare, e da testimoni, cercare di smuovere le coscienze. Credo ancora che il pensiero e l’esplorazione trasversale, il confronto, generino una trasformazione più profonda e duratura rispetto a un’aspra contrapposizione “. “Usare la macchina da presa – aggiunge Nicholas de Pencier – come uno specchio e non un martello: invitare gli spettatori a essere testimoni di questi luoghi e a reagire ognuno a modo suo”. Le immagini sono di una potenza incredibile. Lasciano senza parole. Che dire di fronte a quello che accade sotto gli occhi di tutti, di potenze mondiali incapaci di trovare un accordo globale? C’è solo da cambiare rotta e farlo subito. “Stiamo andando verso un futuro incerto – continua Burtynsky –. Noi siamo i gestori del pianeta. Lo abbiamo gestito male. Non c’è tempo da perdere, ma possiamo ancora reagire. I giovani sono più consapevoli, sentono questa responsabilità. E questo fa sperare”. Anche se il film è un pugno nello stomaco, che non lascia indifferenti nella drammatica bellezza con cui si racconta il disastro, tuttavia non c’è catastrofismo fine a se stesso. Non c’è ineluttabilità. Queste immagini sono un monito a cambiare il corso delle cose. Perché lo si può fare. Il film inizia e finisce con un rogo. Il senso di quel rogo è che bisogna alzare la testa e puntare il dito contro gli interessi economici che uccidono la natura. Un rogo di ribellione, un rogo che accende una speranza per l’uomo e per le ere future.

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