“REBUILDING” riedificare sulle macerie reali ed esistenziali
Una piacevole scoperta che proviene dal Sundance Film Festival fatta di paesaggi naturali, ultimi della società e sentimenti positivi che si aprono al futuro
di Marco Vanelli
Delle faville salgono in vortice nel buio della notte. Poi una dissolvenza ci mostra un paesaggio spettrale, di alberi carbonizzati, i rami come scheletri che si stagliano contro un cielo grigio di fuliggine. Questo è l’antefatto alla vicenda di ricostruzione umana e sociale che ci viene raccontata, con pudore e misura, in Rebuilding, opera seconda di un promettente regista americano, Max Walker-Silverman, poco più che trentenne. Siamo nell’America profonda dei giorni nostri, nel West che alterna praterie per allevamenti e anonime cittadine dove l’unico wi-fi è offerto dalla piccola biblioteca locale (e di notte tutti i giovani del posto stazionano davanti all’edificio con il cellulare in mano per godere di quel servizio gratuito). Dusty è un giovane cowboy che nel giro di una notte, a causa di un incendio devastante, perde tutto: il ranch, gli animali, i ricordi. È un uomo schivo, al limite dell’autismo, all’apparenza anaffettivo. La moglie, da cui è separato, vive in pianura con la loro bambina, l’anziana madre sessantottina che coltiva marjuana e un nuovo compagno. L’impressione che si ha delle loro vite è di gente senza radici, galleggianti in quell’eterno presente fatto di lacerti di un consumismo ormai senza prospettive economiche e tanto meno sociali. L’effetto è ancor più evidente quando Dusty, cui è rimasto solo un furgone con cui vaga in cerca di un lavoro, va a vivere in un agglomerato di roulotte messo a disposizione dai servizi pubblici dove sono radunati altri sopravvissuti a qualche calamità o a qualche fallimento economico.
È l’ambiente umano che abbiamo già visto in altri film (Nomadland, per esempio), dove l’impermanenza dei luoghi diventa stile di vita, come per i pionieri di un tempo costretti a confrontarsi con l’inospitalità del paesaggio naturale o per gli homeless di oggi alle prese con gli accidenti dell’esistenza collettiva e con le regole di un capitalismo disumano. Il regista è chiaro al proposito: «Ho iniziato a sperare che ci possa essere conforto proprio in questa impermanenza, una strana stabilità nella nostra capacità di reinventarci. Da quel paradosso è nata questa storia. Come può un luogo essere così impermanente – bruciato e destinato a bruciare ancora, in continuo mutamento come tutti i luoghi – e allo stesso tempo essere così chiaramente casa?».
Ecco, il film ruota proprio sul concetto di casa e di conseguenza di famiglia, di collettività. Per Dusty tutto ricomincia dal momento in cui, ora che ha più tempo ed è più vicino, può occuparsi della figlioletta Callie-Rose, portarla con sé nella roulotte, farsi aiutare ad arredarla con delle stelline adesive fosforescenti che, al buio, compiono il miracolo di far sì che quel monolocale anonimo e ristretto diventi uno spazio infinito. E un po’ alla volta, con i vicini, ognuno segnato da ferite profonde, nasce condivisione: del cibo, delle competenze artigianali, dei ricordi. È la ricostruzione del titolo, ancor più forte per un tipo come Dusty che, senza apparenti qualità, impara a guardarsi intorno, ad apprezzare ciò che vale, ad avere, come nel finale, uno scarto di fantasia. L’interpretazione sotto tono del britannico Josh O’Connor, perfettamente calato nello slang americano, senza che mai assistiamo a un litigio, a una scena madre, a una catarsi, è un valore aggiunto del film.
E la fiaba che Callie-Rose legge a voce alta al padre, con la storia del cowboy dagli stivali magici che gli permettono, una volta indossati, di raggiungere qualsiasi destinazione, dono che passerà poi dall’oggetto al soggetto, è un chiaro sottotesto che fa da morale a questa bella storia per una volta davvero edificante.
REBUILDING: Regia e sceneggiatura: Max Walker-Silverman, fotografia (colore): Alfonso Herrera Salcedo; montaggio: Jane Rizzo e Ramzi Bashour, musica: Jake Xerxes Fussel e James Elkington; interpreti: Josh O’Connor, Meghann Fahy, Amy Madigan, Lily LaTorre; Kali Reis; produzione: Jesse Hope, Dan Janvey, Paul Mezey; distribuzione: Filmclub; origine: Usa, 2025; formato: 1:85:1; durata: 95 min.

