
San Francesco profeta di povertà e paladino della natura

Il poverello di Assisi
La prima narrazione cinematografica su San Francesco
di Claudia di Giovanni
Dicastero per la Comunicazione
Direzione Teologico Pastorale – Delegata della Filmoteca Vaticana
Articolo su Osservatore Romano

Paese di produzione Italia
Anno 1911
Durata 443 m (16 min circa)
Dati tecnici B/N
Genere biografico, storico
Regia Enrico Guazzoni
Soggetto Vincenza Salimei
Casa di produzione Cines
Interpreti e personaggi
Emilio Ghione: san Francesco d’Assisi
Italia Almirante Manzini: Madonna Povertà (Santa Chiara)
Amleto Novelli
Le biografie di martiri e santi sono state una costante della catechesi e della letteratura religiosa, oltre che fonte d’ispirazione per innumerevoli artisti. Con l’avvento del cinema, la parola scritta e l’arte non sono state più l’unico strumento per raccontare la storia, la cultura e la spiritualità dell’uomo e si è fatta strada una nuova forma espressiva e narrativa.
Il mezzo cinematografico ha dimostrato la sua forza e i suoi limiti, attraverso l’innato potere derivato dall’impatto dell’immagine in movimento, e lo schermo ha iniziato da subito a narrare la storia di Cristo e dei suoi santi, anche perché, come spettacolo indirizzato soprattutto alle classi popolari, il suo repertorio traeva ispirazione da personaggi famosi della storia, della letteratura e della religione. Così sulla pellicola sono rimasti impressi tanti ritratti di santità che hanno dovuto fare i conti con la difficoltà di descrivere il misticismo e di rappresentare l’ineffabile senza banalizzarlo.
La Filmoteca Vaticana conserva per vocazione molte di queste produzioni e qualche anno fa ha recuperato il primo film realizzato sulla figura di San Francesco di Assisi nel 1911, Il poverello di Assisi, per la regia di Enrico Guazzoni. La pellicola è stata recentemente rigenerata e un paziente lavoro di pulizia ha permesso di restituirle la splendida fotografia dell’epoca e l’originaria luminosità che ne fanno un piccolo pezzo di arte cinematografica. Il confronto con le copie conservate in altre filmoteche ha poi permesso di scoprire che quella dell’archivio vaticano è una delle poche complete.
Cento anni fa, con questa pellicola si apriva un ciclo che, lungo il Novecento, tentava di raccontare la storia di Francesco, evidenziando di volta in volta i diversi aspetti della sua esistenza, dalla conversione alle opere, dalla povertà alla regola dell’ordine, dalla semplicità all’ascesi. In questo panorama creativo, Guazzoni è il primo di una lunga serie di registi che si sono confrontati con la personalità del più famoso santo italiano e, nonostante la sua pellicola non sia tra le più note, resta un esempio cinematografico di particolare fascino.
Il film fu commissionato a Guazzoni da una delle più importanti case di produzione dell’epoca, la Cines, in vista dell’Esposizione Internazionale di Torino, e fa parte della serie di “grand’arte”. Guazzoni, che aveva studiato pittura all’Istituto delle Belle Arti iniziando a lavorare come cartellonista e decoratore, era entrato a far parte della Cines nel 1907 e questo incarico rappresentava una vera sfida.
Il film riuscì a portare a casa il secondo premio, pari a 4.000 lire, per la categoria artistica al Concorso di cinematografia bandito dall’Esposizione, e venne distribuito anche in Gran Bretagna e in Germania, ottenendo un gran successo.
I 430 metri della pellicola rivelano un pregio artistico che deve molto a un’accurata realizzazione e a precise scelte stilistiche. Il film, influenzato esteticamente dal ciclo pittorico di Giotto, è arricchito da una scenografia finalizzata al realismo, cominciando dagli esterni e continuando con la ricostruzione fedele degli appartamenti papali, della dimora del Sultano e di tutti gli ambienti di scena.
Guazzoni aveva chiesto di girare la pellicola proprio ad Assisi, ma il suo desiderio non aveva incontrato il favore dei finanziatori, anche perché la consuetudine dell’epoca era di fare tutto negli studi di posa. Alla fine il regista ottenne quello che voleva e la sua scelta si rivelò una mossa vincente, così come la scelta dell’attore interprete di Francesco, Emilio Ghione, che con la sua recitazione solenne, ma sobria allo stesso tempo, riuscì a creare un ritratto intenso del santo, con il volto magro e gli occhi mobili ed espressivi, esaltati dal trucco nero. Nonostante i canoni recitativi richiedessero allora l’esasperazione dei gesti e delle espressioni, il santo di Ghione riesce a essere semplice e misurato, capace di attirare su di se l’attenzione dello spettatore, con una sensibilità recitativa non comune che evita una rappresentazione scontata dell’estasi mistica.
Le prime scene ci raccontano il Francesco mondano e aristocratico, per sviluppare poi il percorso spirituale del santo, dal turbamento all’incontro con Madonna Povertà, dall’abbandono della famiglia alla derisione. Sequenza dopo sequenza entriamo nell’universo francescano, come attraverso un ciclo pittorico: il saio, Chiara, il sultano, l’incontro con il Papa, la malattia, la morte, con il corpo segnato dalle stimmate che viene portato da Chiara per l’ultimo saluto. E sullo sfondo Assisi, la città reale, in cui Guazzoni aveva fortemente voluto girare il suo omaggio a Francesco.
Anche l’uso delle didascalie è insolito, semplice e chiaro, senza i termini aulici che erano molto usati all’epoca; nello sviluppo narrativo esse hanno una funzione descrittiva quando introducono una sola inquadratura, mentre sintetizzano gli eventi se precedono una serie di più inquadrature. Naturalmente siamo ancora di fronte ad una forma cinematografica non compiuta, poiché la macchina da proiezione resta fissa, costruendo ogni scena come se fosse un quadro o piuttosto una fotografia animata, ma nonostante il limite dell’epoca, Il poverello di Assisi anticipa le potenzialità del cinema con grande compostezza e soprattutto con la capacità di selezionare alcuni episodi fondamentali della vita di Francesco, evitando quelli più mistici e contemplativi, sicuramente più difficili da mettere credibilmente in scena.
I film sulla vita del santo che verranno dopo non terranno conto di queste scelte, ma l’opera di Guazzoni farà la fortuna di Ghione, da quel momento assunto come primo attore dalla Cines con un compenso di trecento lire al mese.
La vena poetica che percorre il film, unita a un’accurata rievocazione storica e a un’efficace verosimiglianza, anticipa il capolavoro che Guazzoni realizzerà nell’anno successivo, Quo Vadis?, con il quale maturerà le possibilità espressive offerte dal linguaggio delle immagini in movimento, influenzando per anni la storia del cinema italiano. Costato 60.000 lire e lungo oltre 2.250 metri, Quo Vadis? sarà un enorme successo, proiettato per nove mesi addirittura negli Stati Uniti, che contribuirà a rendere la Cines una delle società produttrici più importanti e Guazzoni, il pioniere cinematografico appassionato di pittura, un regista di fama mondiale.