
“RITORNO A BUENOS AIRES” la memoria come prigione
Marco Bechis torna nella ferita della dittatura argentina per raccontare il peso di essere sopravvissuti e la difficoltà di riconquistare la propria libertà
di Lorenzo Pierazzi
Un uomo rischia di morire e con un defibrillatore si tenta di riportarlo alla vita. La prima sequenza contiene già il tema che percorre interamente Ritorno a Buenos Aires: salvare qualcuno mentre si continua a interrogarsi sul significato della propria salvezza. Marco Bechis torna alla Mostra di Venezia (Premio Francesco Pasinetti per il miglior film, mentre Adriano Giannini ha ricevuto quello per il miglior attore protagonista) diciotto anni dopo La terra degli uomini rossi, e torna soprattutto là dove il suo cinema ha avuto origine: dentro la ferita della dittatura argentina, dentro la memoria dei desaparecidos, dentro la colpa di chi è sopravvissuto. Mariano Guerra è un italiano che nel 2008 viene richiamato a Buenos Aires: trentatré anni prima era stato sequestrato dalla dittatura e rinchiuso al Garage Olimpo, uno dei centri clandestini di detenzione del regime. Torturato, costretto a collaborare con i suoi carcerieri, è riuscito a sopravvivere.
Ora deve testimoniare nel processo contro gli uomini che lo hanno imprigionato, dalle sue parole può dipendere la loro condanna. Ma il processo non è soltanto quello che si svolge nell’aula di giustizia: il vero processo è quello che Mariano porta dentro di sé. Bechis conosce questa materia non per sentito dire. Anche lui fu sequestrato nel 1977 e la propria esperienza è diventata una presenza costante del suo cinema, da Garage Olimpo a Figli/Hijos e, come il regista, Mariano porta con sé una memoria fisica prima ancora che psicologica. Il passato non ritorna soltanto nei flashback, ma invade il presente. Quando torna al Garage Olimpo per aiutare la figlia di una desaparecida a individuare il luogo in cui era detenuta la madre, conta i passi, attraversa i corridoi, tocca le pareti. Cerca nella geometria dello spazio la traccia di un corpo scomparso. La memoria assume così una forma tattile, una conoscenza che passa attraverso la pelle.
Bechis costruisce il continuo slittamento nel ricordo attraverso una fotografia cupa, fatta di penombre, controluce e colori desaturati, alternando il presente ai flashback della persecuzione. Fino a quando il passato irrompe direttamente nel presente, senza che sia immediatamente chiaro dove finisca il ricordo e dove cominci la realtà. Adriano Giannini aderisce a questa dimensione con un lavoro soprattutto fisico. Mariano parla poco, osserva, si muove con cautela, quasi fosse ancora costretto a misurare ogni gesto. Nel suo corpo convivono la sottomissione del prigioniero e la resistenza del sopravvissuto. Anche l’incontro con un’altra testimone, con la quale condivide l’esperienza della detenzione, assume una funzione decisiva: il rapporto fra i due diventa anche un tentativo carnale di riappropriarsi di un corpo che per anni è stato territorio del carnefice. Ed è proprio nella volontà di rendere leggibile ogni passaggio che il film mostra il suo limite.
La materia è potentissima, ma talvolta Bechis sembra avere poca fiducia nella capacità di suggerire attraverso le immagini: la memoria trova spesso una corrispondenza troppo precisa nella scena e le svolte drammaturgiche sembrano solo accompagnare il personaggio verso una liberazione già scritta. E tuttavia Ritorno a Buenos Aires conserva un’urgente necessità. Perché Bechis non torna semplicemente sulla dittatura, torna sul modo in cui la dittatura continua a vivere dentro chi l’ha attraversata. Il processo giudiziario potrà stabilire responsabilità e condanne ma non potrà mai assolvere automaticamente chi è sopravvissuto.
RITORNO A BUENOS AIRES di Marco Bechis. Con Adriano Giannini, Ana Celentano, Marcelo Chaparro, Paula Cohen, Adrian Fondari
Produzione: Fandango, 39 Films, Karta Film, RAI Cinema; Distribuzione: Fandango; Italia, Brasile, 2026
Drammatico, Colore
Durata: 1h 44min

