
“YES” sostenere il proprio paese sempre: si o no
Dopo boicottaggi e fugaci apparizioni ai festival internazionali, arriva in sala «Yes», feroce satira di Nadav Lapid che racconta l’impossibile situazione di un israeliano dissidente
di Giacomo Mininni
Allo scorso Festival Internazionale di Marsiglia si è svolta una scena curiosa: il movimento La Palestine Sauvera le Cinéma ha minacciato di compromettere i finanziamenti all’evento se non fosse stato escluso dalla giuria Nadav Lapid, reo di aver ottenuto fondi dalla Israel Film Fund per il suo ultimo film «Yes». Lapid si è ritirato, peccato solo che la sua sia da anni una delle voci più ferocemente critiche nei confronti del governo israeliano, che la Israel Film Fund sia un ente non governativo famoso tra l’altro per aver finanziato molti film palestinesi, e che diversi studi europei avessero rifiutato di produrre il film proprio perché “troppo anti-israeliano”.
Nonostante l’imbarazzante cortocircuito abbia portato attenzione a Lapid, «Yes» ha comunque visto una distribuzione misera, apparso fugacemente a Cannes (alla Quinzaine, dato che non è stato selezionato per il Festival) e ad altri festival del cinema internazionali, tra cui quello di Roma.
Ed è un peccato, perché il film è una resa dolorosa, avvincente, a tratti straniante dell’universo interiore dell’autore, un artista che, da sempre impegnato a denunciare il nazionalismo, il militarismo e le tendenze fascistoidi di un paese a cui sente comunque di appartenere, si interroga su cosa voglia dire essere israeliano oggi, dopo il 7 ottobre, dopo che la politica di apartheid in Cisgiordania è diventata aprtamente pulizia etnica, dopo l’inizio del genocidio a Gaza.
Lapid si sceglie come avatar Y., un musicista e comico che, assieme alla moglie ballerina Yasmine, si prostituisce a ricchi israeliani nella speranza di “fare il colpo” e salire nella scala sociale. L’occasione perfetta arriva quando i due riescono a impressionare un miliardario, che commissiona a Y. un nuovo inno nazionale che esalti la distruzione totale di Gaza.
Lo spunto viene dalla cronaca: il gruppo di estrema destra Movimento Fronte Civico ha modificato il testo della poesia «Hareut» di Haim Gouri, del 1949, e l’ha trasformata in un inno sanguinario al massacro della popolazione palestinese, con tanto di video musicale con bambini che cantano in coro.
Da qui, Lapid tesse una satira amarissima sul ruolo dell’artista in un paese che ha perso la strada, su quanto possa ritenersi innocente chi fa di tutto per distrarsi, per non pensare, per ignorare quello che sta succedendo nel tentativo di vivere la propria vita. Y. e Yasmine si stordiscono di alcol, droga, sesso e musica a tutto volume pur di cacciare “fuori” un mondo che rientra prepotentemente con ogni notifica sul cellulare, annunciata da grida di morenti e scoppi di bombe.
Di più, Lapid sa di partire da una posizione del tutto svantaggiata: al contrario di Y., è dolorosamente consapevole di quel che accade, e sa che il racconto del proprio strazio, delle atrocità patite il 7 ottobre recitate tutte d’un fiato come un mantra da Naama Preis, non trova compassione agli occhi del mondo (perfino la madre-fantasma di Y. “disprezza le lacrime dei conquistatori”). Eppure si apre, si espone, e racconta tutto il proprio straniamento, il proprio essere diviso, lacerato, col solo linguaggio capace di cogliere le infinite contraddizioni della propria situazione, quello del grottesco.
Dal caos di festini che non hanno niente da invidiare al sorrentiniano «Loro» fino allo sconcertante silenzio del punto panoramico su Gaza City bombardata, «Yes» trascina il pubblico in una spirale tematica e sensoriale che non lascia scampo, e pone domande scomode, dolorose, necessarie. Da vedere.
YES di Nadav Lapid. Con Ariel Bronz, Efrat Dor, Naama Preis, Aleksei Serebryakov. Francia, Israele, Cipro, Germania, 2025. Grottesco.

