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JOJO RABBIT

di Taika Waititi

 

(Jojo Rabbit) REGIA: Taika Waititi. SCENEGGIATURA: Taika Waititi. INTERPRETI: Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Taika Waititi, Scarlett Johansson, Sam Rockwell, Rebel Wilson, Stephen Merchant. FOTOGRAFIA: Mihai Malaimare Jr. (Formato: Panoramico/Colore).  MUSICA: Michael Giacchino. PRODUZIONE: Czech Anglo Productions, Piki Films, Defender Films, Fox Searchlight Pictures. DISTRIBUZIONE: Fox. GENERE: Commedia. ORIGINE: Germania, USA. ANNO: 2019.  DURATA: 108’.
JUNIOR CINEMA: Teens – Young

 

Il mondo visto con gli occhi dei bambini ha sempre qualcosa di magico e colorato, anche quando è lacerato da guerre e violenze, perché i più piccoli sanno sempre mascherare il volto più assurdo della vita cogliendone tutte le contraddizioni. È quello che accade al protagonista di Jojo Rabbit, il film di Taika Waititi, premiato dal pubblico del Festival di Toronto. Jojo Betzler, soprannominato Rabbit (coniglio) per non essere riuscito a uccidere una povera bestiola durante un’esercitazione della gioventù hitleriana, è un bambino di dieci anni che nella Germania nazista ha deciso di diventare la guardia personale del Führer. Hitler è vero eroe per il piccolo Jojo, fanatico al punto da farlo diventare il suo amico immaginario, mentre il padre è al fronte e la madre prova a combattere contro il regime come può. Quando lo scoppio di una granata lo ferisce al volto e lo costringe e una convalescenza a casa, Jojo scopre che tra le mura domestiche (e precisamente in una stanza segreta adiacente a quella della sorellina morta alcuni anni prima) la madre tiene nascosta Elsa, una ragazzina ebrea che però non ha le corna, le zanne e gli artigli come i giudei descritti dalla propaganda nazista. Costretto a convivere con il nemico e pieno di dubbi sulla sua condotta, il piccolo dovrà necessariamente rivedere le sue idee sul nazionalsocialismo smantellando valori e certezze, scoprendo l’orribile verità sull’odio razziale sempre a caccia di nuovi nemici. Proprio alla fine del film infatti, uno dei piccoli aspiranti nazi riferisce all’amichetto che forse i nazisti non sono il peggio, perché sono appena arrivati i russi, e i russi, pare, mangino i bambini. Diretta da un regista neozelandese di origini ebraico-russe da parte di madre e maori da parte di padre, interpretata da Scarelett Johansson nel ruolo della madre e dal giovanissimo Roman Griffin Davis, questa commedia nera è tratta da romanzo “Il cielo in gabbia” di Christine Leunens ambientato nella Vienna del 1938, ma se ne discosta per aggiungere elementi più leggeri e comici. Una scelta che ha portato l’autore a introdurre il personaggio di Hitler, infantile, capriccioso e naïf: non un ritratto realistico, bensì il frutto dell’immaginazione di un bambino che lo sostituisce al padre assente e lo utilizza come filtro per comprendere la difficile realtà che lo circonda.

*Torna l’interrogativo che ci si pone di tanto in tanto di fronte ai film che mettono in ridicolo regimi e dittatori trasformandoli nei grotteschi protagonisti di una farsa: è appropriato ridere di chi ha ucciso milioni di persone? Per alcuni sarebbe un vero e proprio atto sacrilego, per altri un modo molto efficace per fare satira e smantellare miti e ideologie. Basti pensare che nel 2020 si festeggerà l’80esimo anniversario de “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin, il primo a ridere sul grande schermo di Hitler e del nazismo, contemporanei al film, ottenendo ben cinque candidature agli Oscar. Poi sono arrivati altri film, tra cui “La vita è bella” di Roberto Benigni. Waititi sceglie dunque la commedia per mettere alla berlina miti e riti del potere, l’estetica nazista e fare i conti con la Storia, senza tralasciare però il dramma che emerge prepotente in alcune scene usate per ricordarci che, comunque, c’è poco da ridere e che per i tanti bambini tedeschi costretti dai nazisti a imbracciare le armi fu un’esperienza atroce. Più scanzonato all’inizio, il film racconta poi la lenta presa di coscienza di Jojo che con i suoi occhi sgranati sul mondo comincerà a scoprire gli inganni e le menzogne di cui è stato vittima insieme a tanti coetanei, diventando un omaggio alla resistenza  contro l’orrore della guerra. Una delle ragioni che hanno spinto il regista a portare sullo schermo questa storia è un sondaggio del Guardian realizzato nel 2018: secondo i dati raccolti, il 41 per cento degli adulti e il 66 per cento dei millenial americani non hanno mai sentito parlare di Auschwitz. Un risultato ancora più sconcertante alla luce del risorgere di movimenti di estrema destra che lamentano il «lavoro lasciato a metà» da Hitler. E poi, dal momento che gli amici immaginari sono persone a cui i più piccoli trasferiscono competenze, esperienze e saggezze che si aspettano dagli adulti, il film punta il dito contro chi ha tradito e continua a tradire, negare e calpestare l’infanzia, ieri come oggi, nell’Europa della Seconda guerra mondiale, raccontata nel film da un’inedita prospettiva, e nei tanti Paesi del mondo dove la popolazione civile, travolta da sanguinosi conflitti, paga il prezzo più altro.

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