
“L’HANGAR ROSSO” quando il dovere sceglie la libertà
Con lo stile secco di una cronaca, il documentarista cileno Sallato rievoca nel suo primo film di finzione i giorni terribili del colpo di stato, offrendo spunti di riflessione etica
di Marco Vanelli
Cile, 10 settembre 1973. Il capitano Jorge Silva è un ex paracadutista, responsabile dell’Accademia di aeronautica a Santiago. È un uomo che sembra identificarsi con il suo ruolo: rispettoso della disciplina e refrattario alle ingerenze esterne, soprattutto sul lavoro. Ciononostante si trova a vivere in giorni che segneranno tristemente la storia: il generale Pinochet si è messo a capo di un golpe volto a destituire il governo legittimo di Salvador Allende, istituendo una dittatura militare.
Silva (che pure capiremo aver salvato in passato Allende da un attentato e di avere per lui una simpatia che va oltre l’obbedienza a un capo di stato) sembra ostinarsi a ignorare quanto accade, nonostante le evidenti prove del cambiamento in atto. La sua rigidezza comincia a incrinarsi nel dimostrare premura verso il giovane e volenteroso sergente Hernández, che vede in lui un nuovo padre, e quando, tornato a casa, condivide il talamo con la moglie Rosa, docente universitaria. Il regista ci concede anche un’incursione nel mondo interiore di Silva, mostrandoci un sogno dove vediamo la soggettiva di un paracadutista che attraversa le nuvole in picchiata. Un altro richiamo al volo lo avevamo colto nel modellino di parà attaccato allo specchietto retrovisore dell’auto di Silva, quasi un simbolo dell’animo del protagonista legato, sì, a un filo, ma desideroso di muoversi ancora liberamente nell’aria.
Gli eventi, come sappiamo, precipitano nell’arco della giornata dell’11 settembre. Il colonnello Jahn, dopo alcuni anni negli Usa, ritorna in Cile con pieni poteri e requisisce un hangar dell’Accademia per concentrarvi i dissidenti politici, ribattezzandolo “rosso” in riferimento alle simpatie politiche dei nemici da eliminare. Come perfetta incarnazione del Male in azione, Jahn pretende il coinvolgimento di Silva negli interrogatori dei prigionieri, costringendolo a un’adesione non solo formale verso il nuovo ordine. In altre parole, lo obbliga a uscire dalla sua corazza protettiva esponendosi.
In un nuovo sogno, questa volta a occhi aperti, rivediamo la soggettiva di Silva che si libra nell’aria verso lo stadio di Santiago. Di cosa si provi a volare gli hanno chiesto sia Jahn che Hernández, ma solo a quest’ultimo lui risponde in modo netto: la libertà. Proprio verso quel medesimo stadio il nostro capitano sarà comandato di condurre alcuni prigionieri dell’hangar e allora, finalmente, farà in modo di disobbedire, andando incontro alle estreme conseguenze.
Qui però si misura un limite dei film come questo, basati su personaggi realmente esistiti: ciò che è avvenuto nella vita vera non diventa automaticamente coerente e credibile sullo schermo, all’interno di una narrazione. Per cui come spettatori non possiamo non chiederci: ma se Silva arriva a ribellarsi a quel determinato ordine, perché non lo fa fino in fondo permettendo a tutti i prigionieri che ha con sé di scappare? Consegnarli allo stadio forse avrà salvato loro la vita sul momento, ma non li avrà certo risparmiati da ulteriori torture, umiliazioni e forse morte.
A dare unità stilistica al film è la scelta del bianco e nero e della macchina a mano che si posiziona dietro la nuca del protagonista, offrendoci delle semi-soggettive con continua variazione di fuoco: entriamo così progressivamente nel suo mondo interiore. Le atrocità degli aguzzini non le vediamo, ma ci arrivano con le immagini sonore e con un impasto acustico che restituisce l’attività ordinaria e straordinaria del Male. Di fronte alla quale si deve prendere posizione, come fa Silva.
L’HANGAR ROSSO
Regia: Juan Pablo Sallato; sceneggiatura: Luis Emilio Guzmán; fotografia (b/n): Diego Paqueño; musiche: Alberto Michelli e Matteo Marrella; interpreti: Nicolás Zárate, Boris Quercia, Marcial Tagle, Catalina Stuardo, Aron Hernández; produzione: Villano Producciones; origine: Cile, Argentina, Italia 2026; formato: 1,85:1; durata: 81 min.

