
“NOUVELLE VAGUE” va in scena la storia del cinema
Dopo il passaggio a Cannes arriva la brillante operazione cinefila accompagnata in sala dal film della cui realizzazione racconta, «Fino all’ultimo respiro» di Godard
di Giacomo Mininni
Si aggira tra le location come un matto, il Jean-Luc Godard di Guillaume Marbeck, vedendo cose che gli altri non vedono, imponendo ritmi di lavoro “rilassati” che fanno perdere giorni di girato e anni di vita al produttore George de Beauregard, cercando dai perplessi Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg un’autenticità di interpretazione che sfiora l’improvvisazione, ignorando le raccomandazioni su raccordi tra le scene e coerenza visiva di Suzon Faye.
E un matto deve esserlo sembrato davvero, durante quei venti giorni del 1959 che lo videro al lavoro sul proprio esordio dietro la macchina da presa, «Fino all’ultimo respiro», riportato in sala proprio in questi giorni da StudioCanal nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna.
Quello che Richard Linklater, qui alla sua prima produzione non americana, cerca di fare in «Nouvelle Vague», presentato a Cannes, è restituire le misure di questa “follia”: che la nouvelle vague francese abbia rivoluzionato la storia del cinema è quanto si sente ripetere ogni studente da almeno cinquant’anni, ma dove stia esattamente questo modo profondamente nuovo di approcciarsi alla settima arte rimane spesso perso tra le righe dei manuali e nell’impostazione accademica (è un destino beffardo ma inevitabile che ogni opera rivoluzionaria diventi la norma con cui si confronteranno le generazioni successive).
Non si tratta di una questione di temi affrontati: Truffaut, per esempio, si rifaceva volentieri al Neorealismo italiano per scegliere le sue storie, mentre lo stesso Godard traeva ispirazione dai gangster movie americani dell’età d’oro di Hollywood. Non era neanche una questione ideologica, di approccio all’arte, tant’è che la generazione dei Cahiers du Cinéma (Godard, Truffaut, Chabrol, Rohmer, Rivette…) aveva in questo senso già individuato maestri da seguire, Roberto Rossellini e Jean Renoir in primis.
Il punto non è il “cosa”, è il “come”: la rivoluzione copernicana è tutta o quasi produttiva, e si trova nella ricerca di un nuovo modo di fare cinema, con un approccio più artistico che industriale fino al punto da seguire l’ispirazione del momento più che i calendari di produzione, scegliere di rinunciare a strumenti tecnici avanzati, costringendosi a soluzioni di fortuna un po’ arraffazzonate certo ma aprendo così le porte del “fare cinema” virtualmente a tutti, togliendo il monopolio ai “professionisti” del settore e ai capitali degli studios.
Linklater capisce questo passaggio e lo racconta con dovizia di particolari, in una ricostruzione precisa e coltissima della Parigi dell’epoca che inanella nomi e volti celeberrimi per qualsiasi cinefilo (impressionante la somiglianza degli interpreti scelti coi rispettivi personaggi), e aggiusta perfino fotografia, colore e aspect ratio per rievocare anche visivamente l’atmosfera che si respirava in questa Francia in pieno fermento culturale.
Si apre con la presentazione de «I quattrocento colpi» a Cannes e si chiude con la proiezione privata di «Fino all’ultimo respiro»: nel mezzo c’è lo sforzo, eclettico e perfino arrogante ma indubbiamente geniale, di una giovane generazione di cineasti, quasi tutti provenienti dalla critica, con l’ambizione di cambiare la storia.
Linklater sceglie la via più felice, e invece di firmare un “compitino” storiografico calca la mano sugli aspetti più surreali dell’aneddotica e delle cronache, che non mancano di certo, e confeziona una commedia brillante, demandando a una benvenuta leggerezza di toni e racconto il compito di testimoniare la grandezza della rivoluzione in corso. Missione compiuta.
NOUVELLE VAGUE di Richard Linklater. Con Guillaume Marbeck, Zoey Deutch, Aubry Dullin, Bruno Dreyfürst. Francia, 2025. Biografico.

