
“LO STRANIERO” un adattamento fra rigore e sottrazione
Il regista francese affronta Camus costruendo un film coerente e consapevole che privilegia la forma e lo sguardo, lasciando sullo sfondo la vertigine metafisica del romanzo
di Lorenzo Pierazzi
Considerato dai francesi un testo “inadattabile”, portare sul grande schermo Lo straniero di Albert Camus significa affrontare un’impresa ardua. Il grande Luchino Visconti ci aveva provato nel 1967 affidando il ruolo di protagonista a Marcello Mastroianni ma il risultato non fu all’altezza delle sue aspettative. François Ozon raccoglie oggi la sfida scegliendo una via originale: sottrarre, asciugare. Un gesto che può spiazzare chi è abituato alla sua cifra stilistica recente ma che, al contrario, lo riconsegna alla sua poetica più profonda. Lo straniero del regista del travolgente Mon Crime si muove in equilibrio tra fedeltà e tradimento dell’originale. Se da un lato restituisce l’indifferenza radicale del protagonista Meursault, dall’altro abbandona la dimensione metafisica del racconto per costruire un’esperienza più sensoriale che filosofica. La scelta del bianco e nero è il primo segnale di questa operazione. Non è solo un omaggio d’epoca ma un dispositivo che rende il paesaggio algerino tagliente, minerale, quasi ostile. La luce abbagliante diventa materia aggressiva, peso fisico che grava sui corpi.
Come nel precedente Frantz, il monocromo àncora il racconto agli anni Quaranta e richiama una certa tradizione del cinema francese, evocando atmosfere da Julien Duvivier o Henri-Georges Clouzot (c’è anche un omaggio indiretto a Marcel Pagnol). All’interno di questo universo si muove Meursault, interpretato da un magnetico Benjamin Voisin. Il suo è un volto-paesaggio prima ancora che un personaggio: opaco, impermeabile, attraversato da un’assenza che non è mai pura passività ma resistenza al senso. Viene rappresentato come un enigma e, allo stesso tempo, come un oggetto di desiderio. La sua pelle, i suoi gesti, perfino il crimine sono investiti da una tensione voyeuristica che allontana la pellicola dallo scritto primordiale e lo riporta pienamente dentro lo sguardo del regista.
A questo dispositivo visivo scarno di dialoghi si affianca la colonna sonora di Fatima Al Qadiri costruita su lunghe note tenute che si sviluppano come una distesa continua, priva di riferimenti tematici e di qualsiasi funzione emotiva esplicita. Più che accompagnare le immagini, la musica le avvolge, contribuendo a mantenere intatta quella distanza percettiva che è la caratteristica principale del film. Una scrittura minimale e quasi astratta che non cerca empatia ma insiste su una sospensione rarefatta, lasciando ai silenzi e alla luce il compito di restituire l’assurdo. Rispetto al romanzo l’adattamento di Ozon introduce una linea più esplicitamente politica. Attraverso il personaggio di Djemila, sorella dell’uomo ucciso, dà voce a ciò che nella scrittura resta in ombra: l’invisibilità dell’arabo nella società coloniale.
Una scelta che aggiorna Camus inserendo nel racconto una frattura che oggi non può più essere elusa (cantata in Killing an Arab da The Cure nei titoli di coda). In un crescendo di straniamento dalla realtà, il processo finale rappresenterà l’ultimo paradosso: Meursault non verrà giudicato per il delitto ma per non aver pianto alla morte della madre. Lo straniero è un film elegante e raffinato come il suo autore, attraversato da una lucidità indiscutibile e da una freddezza persistente. Tra adesione e deviazione vive in una sospensione quasi astratta, irradiata e disperata. Al termine della proiezione si rimane immersi in interrogativi senza risposta. Ed è proprio questa tensione irrisolta a rappresentare la forma più autentica del film: quella di un’opera che non cerca di spiegare Camus ma di misurarsi con il suo eterno enigma.
LO STRANIERO [L’Étranger] di François Ozon. Con Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Denis Lavant, Swann Arlaud. Produzione: FOZ, France 2 Cinéma, Gaumont; Distribuzione: BiM Distribuzione; Francia, 2025. Drammatico; Bianco/Nero. Durata: 2h

