
“TRE CHILOMETRI ALLA FINE DEL MONDO” quando per difendere le tradizioni si soffoca la libertà
La pellicola romena, in concorso all’ultimo Festival di Cannes, racconta con delicatezza la storia di una sofferta emancipazione per un adolescente
di Marco Vanelli
I tre chilometri che separano il giovane protagonista Adi, diciassettenne romeno, da una sorta di finisterrae sono quelli tra il villaggio dove vivono i suoi genitori, sul delta del Danubio, e le spiagge del Mar Nero. Che sarà pure un mare chiuso, ma è pur sempre un mare, con un orizzonte, un sapore di libertà che l’ambiente da cui proviene Adi decisamente non possiede.
Il ragazzo è a casa per le vacanze estive; le scuole superiori le frequenta nella città di Tulcea, nell’interno di quell’estrema punta che si protende nel mare e rappresenta, secondo il regista, l’estremo avanzare del continente europeo. Nel suo paese, Sfântu Gheorghe, c’è poco o nulla: si cammina a piedi, ci si sposta in barca, si tiene d’estate un festival di cinema dove accorrono appassionati da fuori; per gli oriundi al massimo c’è una discoteca. Si vive di pesca e di un po’ di turismo.
Il paesaggio è bellissimo, rassicurante, eppure può risultare asfissiante per chi è costretto, come Adi, a nascondere la propria natura omo-affettiva non solo alla famiglia, ma a tutta la comunità. Un giovane universitario di passaggio capisce il suo disagio, lo invita a seguirlo in città, a uscire da quel mondo di relazioni asfittiche. Lo abbraccia, scambia con lui qualche affettuosità, poi al mattino se ne va. Adi, invece, viene pestato da due fratelli che lo hanno spiato: loro si sentono nel giusto perché simili indecenze vanno represse; inoltre si ritengono immuni in quanto figli del signorotto locale ammanicato col potere politico e con le forze dell’ordine. Ma le botte hanno lasciato tracce evidenti, il cellulare gli è stato sottratto, viene redatto un referto medico e sporta denuncia alla polizia per aggressione.
Il racconto consiste nelle indagini cui partecipa il padre di Adi per scoprire i responsabili. Così viene a sapere della frequentazione del figlio e del suo orientamento. Gli crolla un mondo addosso: tutti i pregiudizi patriarcali in questo ambito si irrigidiscono, rafforzati dal pericolo dello scandalo paesano. Anche la madre è disperata e l’unica cosa che sa fare è di rivolgersi al pope che eseguirà sul ragazzo, legato e immobilizzato, una sorta di esorcismo per liberarlo dal male dell’omosessualità.
La forza del film sta nella scelta di un linguaggio limpido, senza fronzoli, con immagini fisse, pochi movimenti di macchina, teso a restituire il clima da tragedia greca in una società senza tempo dove non c’è spazio per l’eccezione, la diversità, l’individualità. La famiglia è una cellula di trasmissione forzata di generatività; la polizia è totalmente asservita alle logiche di interesse e di potere; la chiesa ortodossa sembra incapace di comprendere le realtà personali che esulano dalla norma. Nessuno parla con Adi, nessuno lo ascolta, nessuno cerca di capire i suoi sentimenti: solo Ilinca, una giovane amica, e una assistente sociale che viene dalla città a seguito di una segnalazione. L’errore è in lui – anzi: è lui; gli altri, tutti gli altri si sentono nel giusto. Lo sguardo che nel finale Adi rivolge all’angolo delle icone che ha in camera, vano simulacro di una fede in cui non si riconosce e che non lo riconosce, dovrebbe far pensare anche noi come comunità cristiana dove spesso una realtà similare viene misconosciuta, incompresa, nascosta, generando sofferenza e allontanamento.
Il regista Emanuel Pârvu non enfatizza il dramma, ma elimina la musica e ogni forma di climax. Spesso scinde le inquadrature, aiutato dal formato Scope, suddividendole in due parti a sottolineare la dicotomia in cui si trova a gravitare il povero Adi: e quel palo azzurro che sorregge il soffitto della cucina ne è un evidente emblema.
TRE CHILOMETRI ALLA FINE DEL MONDO
Regia: Emanuel Pârvu; sceneggiatura: E. Pârvu e Miruna Berescu; fotografia (colore): Silviu Stavilă; interpreti: Ciprian Chiujdea, Bogdan Dumitrache, Laura Vasiliu, Adrian Titieni; produttrice: Miruna Berescu; distribuzione: Academy Two; origine: Romania, 2025; formato: 2,35:1; durata: 105 min.

