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I FIGLI DELLA SCIMMIA

Interpreti: Riccardo Scamarcio, Fausto Russo Alesi, Andrea Aggio, Tancredi Naldini, Lidiya Liberman. Origine: Italia. Distribuzione: Medusa. Premio al Festival di Venezia 2026, sezione Orizzonti, per la miglior sceneggiatura e a Riccardo Scamarcio come miglior attore.

di Tommaso Landucci
Il percorso d’accettazione della genitorialità di un disabile non è mai dato una volta per tutte: è un processo ondivago, fatto di momenti in cui si ha la sensazione di gestire la situazione, di essere in pace con questa condizione, e di altri in cui tornano il rifiuto, la rimozione, il desiderio di fuga. Il film di Tommaso Landucci segue la traiettoria di un padre (uno Scamarcio in stato di grazia) mentre attraversa queste inevitabili fluttuazioni in maniera totalmente inconsapevole, straniata e maldestra. Dario vive un quotidiano scandito dalle routine della cura verso suo figlio Enrico, affetto da una disabilità grave che non gli permette di muoversi in autonomia né di verbalizzare. Ma Dario è anche figlio di suo padre (Luigi Diberti), fratello dello scorbutico Roberto, zio del nipote adolescente Giacomo, e marito di una donna bellissima, sopraffatta ma inaffondabile. I figli della scimmia è un film corale, che s’interroga sul ruolo di genitore ma anche su quello di figlio, fratello, partner. Ha il pregio, non secondario, di raccontare un’Italia sottorappresentata: quella della piccola-media borghesia, dove si vive in case poco più che modeste e si lavora come periti assicuratori. E se è prevedibile che una vita segnata dalla fatica e dalla dedizione porti con sé il desiderio di fuga, è invece inaspettato – e benvenuto – il modo in cui questo desiderio nel film prende forma. Eccellente il lavoro preliminare che Landucci ha saputo fare a camere spente: prima con i genitori di bambini disabili che ha incontrato per raccogliere materiale, poi con lo splendido Andrea Aggio, che qui interpreta Enrico nel suo primo ruolo da attore. Un lavoro che presuppone vicinanza e fiducia reciproca, ma anche una delicata capacità di riconoscere e rispettare i limiti e le fragilità di ognuno. Da qui che nasce la qualità più sorprendente del film: la rappresentazione del corpo disabile, e di tutti i corpi che gli gravitano attorno, è indulgente, amorevole, vera. E poi c’è una figura materna, interpretata dalla splendida Lidiya Liberman, che non è definita dal dolore né dal sacrificio, ma da una presenza limpida, dalla capacità commovente di stare nel dolore, lasciandosene attraversare senza paura. Di figure femminili così, al cinema (e non solo) ne abbiamo davvero un gran bisogno.

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