
“UN PO’ DI LUCE” quando il gusto dell’anguria può illuminare una vita
«Un po’ di luce», passato in concorso a Venezia, è l’ennesimo invito a riflettere sul senso della nostra esistenza da parte di un regista persiano che abbiamo già imparato a conoscere e apprezzare
di Marco Vanelli
Perché Arash, un medico di mezza età, decide di togliersi la vita? Intorno a questa scelta ruota il nuovo film di Ali Asgari che prosegue la sua personale comédie humaine con un nuovo personaggio alle prese con la complessità dell’esistenza e le contingenze di un tempo storico fatto di repressione, stato dittatoriale, guerra. Avevamo già imparato dai film precedenti a conoscere altri tipi umani, tratteggiati con estremo realismo psicologico da parte del regista, che ha girato questo film in un contesto di estrema difficoltà a causa della guerra in corso da parte degli Stati Uniti contro l’Iran come pure del regime di controllo e censura cui sono sottoposti i cittadini.
I bombardamenti contro l’Iran diventano qui materia di sfondo narrativo, così che si devono attaccare strisce di carta ai vetri per non farli esplodere oppure, come fa un personaggio, auspicare che una bomba faccia crollare la sua vecchia casa fatiscente così da risparmiare nella demolizione…
Arash è determinato, a suo modo sereno, nella decisione che ha preso. In una giornata vuol comunicarlo ai suoi familiari, così da prendere congedo nel modo più indolore. Certo dirlo alla madre sarà lo scoglio più grande. In giro dice che starà fuori per lavoro, ma in realtà il suo lavoro di dottore è stato sospeso poiché ha curato alcuni giovani che protestavano contro il governo e sono stati picchiati a sangue dalla polizia. La madre di uno di questi, bisognoso di cure, ripete ad Arash che lui è la sua unica speranza. Un termine, questo, spesso ridotto a un blando desiderio di miglioramento, che dovrebbe risuonare familiare ai cristiani per è una virtù teologale. Per certo nella nostra società scema sempre di più anche il concetto generico di fiducia nel futuro. Nella società persiana, invece, e nei film che continua a produrre con tenacia, quel sentimento è sempre stato presente perché la vita vale più di ogni sventura, di ogni ostacolo, sia esso un terremoto o un contrasto tra esseri umani. Solo in un altro caso, Il sapore della ciliegia (1997), del maestro Abbas Kiarostami, si parlava di qualcuno che, non trovando più il motivo per vivere, afflitto da un malessere esistenziale, cerca il modo di uccidersi. In questo caso Arash – medico che ama i suoi pazienti, che rischia per loro, che crede nella guarigione – si scoraggia a tal punto che, scientemente, è pronto a rinnegare i suoi principi e a farla finita. Però… Nel percorso che compie durante quella che potrebbe essere la sua ultima giornata si imbatte in una serie di testimonianze inequivocabili di vita, a cominciare dalle piante che coltiva e che si porta dietro per regalarle ai familiari. E poi la gatta che, non vedendolo, smette di mangiare; e ancora la vecchia che al mercato gli chiede la gentilezza di portarle le borse della spesa; e inoltre lo spettacolo teatrale cui assiste.
D’altra parte una delle sorelle lo provoca nel profondo dicendogli: «Credi che uccidendoti porrai davvero fine alla tua vita?». Questa idea che la vita non termini con la morte evidentemente si fa strada in lui come negli spettatori, chiamati a riflettere sui temi ultimi.
Alla fine forse il sapore dell’anguria o i legami familiari sapranno minare l’ondata nichilista che ha travolto Arash senza soffocarlo. D’altra parte nella prima inquadratura lo vediamo sorseggiare un caffè di fronte a un poster con la testa del David di Michelangelo, simbolo indiscusso di Umanesimo, cioè amore per l’uomo con tutti i suoi limiti e le sue virtù. Intanto sentiamo ingigantito il ticchettio del «Mobile ordigno di dentate rote» che, a chi lo sa leggere, oltre alle ore, ricorda che «Sempre si more».
UN PO’ DI LUCE Regia: Ali Asgari; sceneggiatura: A. Asgari e Shadmehr Rastin; fotografia (colore): Iman Tahsin; interpreti: Misagh Zareh, Sadaf Asgari, Forouzan Jamshidnejad, Mina Rahimzadeh; produzione: Seven Springs Pictures; origine: Iran, Svizzera, Italia, Canada, Turchia 2026; formato: 1,85:1; durata: 87 min

