Segnocinema 2019 n. 215 p. 41 – 42 di Adriano D’Aloia
Papa Francesco Un uomo di parola
Con piglio documentaristico e biografico, Wenders accompagna lo spettatore in un viaggio lungo i temi fondamentali dell’agenda di Papa Francesco, dalla sua elezione al soglio pontificio nel 2013 a oggi.
Provvisto di carta bianca sul piano creativo e libero accesso all’archivio audiovisivo del Vaticano, Wenders si è ritrovato ad avventurarsi nella difficile impresa di ritrarre Papa Francesco e sintetizzare il suo magistero in questi primi cinque anni di pontificato. Il regista tedesco (cristiano ma non cattolico) ha risposto alla sfida sovrapponendo perfettamente la figura di San Francesco d’Assisi e quella del Papa, il primo in duemila anni a farsi chiamare Francesco. Non a caso il film si apre proprio sul cielo sopra Assisi e con la voce fuori campo di un angelo – lo stesso Wenders – che dichiara da subito la reciprocità dei due Francesco, votati a rispondere alle storture del mondo di allora e di oggi con le proprie scelte radicali.
Per articolare il discorso Wenders costruisce il proprio documentario alternando tre tracce parallele. La prima è una ricostruzione di alcuni episodi fondamentali della vita del Santo, realizzata con un attore e una fotografia in stile cinema delle origini – con bianco e nero sfarfallante, graffi di pellicola e iridi. “Francesco, ripara la mia casa”, chiede il Signore all’uno e all’altro, dato che la Chiesa, allora e come oggi, continua ad aver bisogno di una profonda ristrutturazione. Questi inserti paradossalmente funzionali puntellano narrativamente tutto il film e accompagnano l’intero percorso tematico, snodato attorno ai temi principali su cui il Papa ha insistito in questi anni, svolti concretamente dalla seconda traccia.
Si tratta stavolta di materiale footage: immagini della sua elezione (e prim’ancora di un discorso da vescovo di Buenos Aires a Plaza De Mayo), dei viaggi apostolici (dalle favelas brasiliane alle periferie di Napoli), delle udienze pubbliche (il catechismo con i bambini in aula Paolo VI), delle riunioni con i vescovi nel Palazzo Apostolico (compreso il famoso discorso sulle malattie del corpo della Chiesa fra i cardinali sbigottiti), degli incontri internazionali (le giornate mondiali della gioventù e della famiglia, il discorso alle Nazioni Unite e al Congresso americano) e delle visite in luoghi sensibili (con i detenuti nel carcere di Poggioreale, con i bambini ammalali in un ospedale africano, con i residenti di un campo nomadi a Roma). Le parole e i gesti del Papa in queste occasioni fanno emergere l’anima del suo magistero, e precisano senza timore le sue posizioni anche sui temi più scottanti.
Si parli di fame nel mondo o di dialogo interreligioso, di preservazione dell’ambiente o della piaga della pedofilia nella Chiesa, di condizione femminile o dì omosessualità, di migrazioni o dell’incomprensibilità della guerra, della malattia e della morte, la soluzione è sempre un’interpretazione letterale – eppure sempre rivoluzionaria – del Vangelo: la povertà come forma autentica di vita cristiana e dunque di ricchezza spirituale. Per Francesco, quello di Assisi e quello chiamato a Roma dalla “fine del mondo”, la povertà nobilita l’uomo.
Ma è la terza traccia proposta da Wenders a riuscire davvero a cogliere e comunicare allo spettatore la scintilla spirituale ma umanissima di Papa Francesco. Alle immagini artificiali del Santo di Assisi e ai materiali d’archivio delle uscite pubbliche del Papa, s’intersecano quattro interviste realizzate dal regista lungo l’arco di due anni con l’ausilio dell’Interrotron. Messo a punto dal documentarista statunitense Errol Morris (a partire da Fast, Cheap and Out of Control del 1997 e poi in The Fog of War: La guerra secondo Robert McNamara del 2003, premio Oscar come miglior documentario), questo dispositivo è una specie di “gobbo” speculare che consente all’intervistato e all’intervistatore di guardarsi negli occhi e nello stesso tempo di guardare nell’obiettivo della macchina da presa. L’immagine del volto dell’uno infatti è trasmessa su un monitor posto innanzi all’altro. In questo modo l’Interrotron consente al regista di realizzare l’intervista mantenendo la forza e il magnetismo del contatto visivo tra due persone a poca distanza, e così di trasmetterlo allo spettatore che è il destinatario finale della testimonianza.
Adottando questa tecnica Wenders riesce a porre il Papa e lo spettatore a un’eccezionale prossimità spaziale ed emotiva. Francesco ti guarda dritto negli occhi, e guardandoti così da vicino ti interpella direttamente. Il bagliore lucido del suo sguardo, le espressioni paterne del suo volto, il suo sorriso limpido, il tono amichevole della sua voce (parla in spagnolo, la sua lingua madre) istituiscono un rapporto inevitabilmente empatico grazie a cui ci si sente davvero coinvolti in un dialogo intimo, un faccia a faccia privato e al contempo universale. L’Interrotron potenzia le formidabili capacità comunicative naturali di Bergolio. La capacità di Francesco di mantenere la sua parola (ovviamente si tratta, fin dal titolo, anche di una più alta Parola) si gioca in fondo, ancora una volta, sulla disarmante verità che solo il volto umano riesce a trasmettere senza mediazioni.
Il vecchio papa di Wim Wenders sembra quasi una risposta al Young Pope di Paolo Sorrentino: se Pio XIII priva volontariamente i fedeli del suo volto e si eclissa nelPombra, con Francesco non avevamo mai visto un Papa da così vicino. (Adriano D’Aloia).
