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Uccellacci e uccellini

(Des oiseaux, petits et grands) de Pier Paolo Pasolini (1965).

Lontano dalle opere ambiziose, paraboliche o mitiche che sono o saranno Il Vangelo secondo Matteo (Edipo Re, Teorema, Medea o persino Salò), Uccellacci e uccellini è un film libero da ogni contingenza, da ogni fedeltà alle mode, alle tradizioni di serietà, ai gusti culturali e cinematografici del suo tempo, siano essi spiritualisti o materialisti (“Il tempo di Brecht e Rossellini è finito”). Un film in prosa o, per usare le parole dello stesso Pasolini, “un’opera poetica nel linguaggio della prosa”. Un film necessariamente in anticipo sui tempi, perché rifiuta di essere “avanguardistico”, una critica radicale e gioiosa di una modernità superficiale, di quest’arte che coltiva la lotta antiborghese – Pasolini avrebbe avuto modo di tornare su questo tema e di scioccare nel 1968 – pur mantenendo uno stile di vita sociale, emotivo e sessuale tipico della più “piccola borghesia”. Conformismo. Un film, come avrete capito, atrocemente contemporaneo. La rilevanza di Pasolini si ritrova anche in *Pasolini, ritratto del poeta come regista*, il libro di Hervé Joubert-Laurencin pubblicato oggi da Cahiers du Cinéma, in *La Ricotta* (un bozzetto di Rogopag, 1963) e nel documentario di Pasquale Misuraca, *Le ceneri di Pasolini*, trasmesso lo stesso giorno da Arte, dopo il film, nonché in *Pasolini l’iracondo*, una puntata del 1966 di “Cinematografi del nostro tempo” diretta da Jean-André Fieschi, trasmessa sullo stesso canale.

Arte, 8 novembre alle 23:30

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